Se devo dirlo subito, a me la mostra vista a
Vicenza, intitolata “Raffaello verso Picasso”, con sottotitolo “Storia
di sguardi, volti e figure”, non è affatto dispiaciuta.
Avevo letto diverse critiche, molte delle quali negative, se non addirittura malevole, ed ero certamente molto guardingo nel giudicare, ma non per questo prevenuto.
Innanzitutto il contesto della restaurata Basilica Palladiana è di
quelli che non possono che intrigare, anche se l’allestimento induce a
concentrarsi molto sui quadri esposti e molto meno ad ammirare le
bellezze architettoniche dell’edificio restaurato.
La mostra
raccoglie una serie di dipinti di autori molto famosi, provenienti da
musei internazionali (in verità mai di primissimo piano e piuttosto
periferici rispetto ai tradizionali percorsi culturali) e da collezioni
private, e si sviluppa lungo otto secoli di storia dell’arte,
prefiggendosi di sintetizzare nella raccolta una sorta di storia
dell’evoluzione del ritratto, nell’ambito della più generale storia
della pittura.
Ci sono dipinti belli e molto noti, sebbene nessun
capolavoro famosissimo, ed anche l’allestimento, il percorso e la scelta
delle luci per valorizzarli è ben riuscito.
Chiaramente una mostra
del genere, trasversale alle epoche ed ai generi, non si prefigge di
seguire un canovaccio cronologico e una trama culturale lineare, e in
questo senso è molto ben fatta, perché non potendolo fare, non tenta
neppure di seguire un’evoluzione temporale, e, proprio per esorcizzare
questo rischio, nelle medesime sale troviamo a volte dipinti molto
diversi per autore ed epoca.
E’ evidente l’operazione commerciale,
su questo non c’è alcun dubbio, si è puntato molto sui nomi degli
artisti, sulle cosiddette primedonne, facendo in modo che, per quelli
più famosi e di richiamo, anche se presenti con un solo quadro, fosse
comunque possibile spenderne il nome.
Una mostra del genere punta in
effetti a fare leva più sugli aspetti emotivi ispirati dalla singola
opera e dal nome dell’artista, che sono tanti e validi, che non
sull’approccio culturale e sulla conoscenza più approfondita dell’opera
stessa.
La mostra sta attraendo un numero notevole di visitatori, ed
ha il pregio di accostare all’arte molte migliaia di persone.
Naturalmente questo aspetto porta ad un’evidente criticità, la torme di
turisti con guida che ti travolgono a intervalli di tempo quasi
regolari, come dei treni del metro, e osservano frettolosamente senza
troppo soffermarsi nel loro percorso. Si può capire, le guide hanno
fretta e devono produrre, un altro gruppo incalza alle spalle, quindi,
chi si trova a visitare singolarmente le sale, deve spesso attendere il
proprio turno e i momenti di risacca per potersi avvicinare alle opere.
L’obiezione di merito che avevo letto è proprio questa, la
mercificazione o per meglio dire il marketing delle opere d’arte a chi
giova? Ai fruitori o piuttosto alla sola organizzazione dell’evento e ai
relativi potenti sponsor?
Io non so dare una risposta definitiva
in merito, ma di certo non approvo il manicheismo di certi critici per
cui l’opera d’arte è una sorta di totem a cui avvicinarsi con devozione
solo dopo averla studiata insieme al contesto da cui è scaturita, per
potere leggerne i contenuti meno sensoriali e più profondi che
l’artista, secondo quei critici, ha avuto l’intenzione di rappresentare.
In questo modo un’opera d’arte non uscirebbe mai dalla cerchia e
dall’accademia dei colti e dei critici, ma forse è quello che certa
casta culturale desidera, per non perdere la propria rendita di
posizione e difendere la propria funzione di mediatore culturale.
Non sono convinto che il colpire emotivamente anche chi non possiede i
mezzi culturali alla base della conoscenza dell’opera, sia causa di
peccato mortale da cui guardarsi, anzi le emozioni possono anche
produrre a posteriori desiderio di approfondimento e conoscenza.
Quindi un’operazione come questa, credo che sia da considerarsi
benvenuta e benemerita, perché, al di là degli indiscutibili lauti
guadagni che procura per le tasche di chi la propone, è da applaudire
l’opportunità di avvicinare alle opere una buona fetta di pubblico che
ha in queste occasioni così reclamizzate l’unica opportunità di contatto
con la cultura artistica della quale altrimenti non avrebbe mai avuto
modo di fruire, malgrado su quel tipo di fruizione si possono fare
diversi distinguo.
Voto complessivo: 7,5
Tutto ciò che, bene o male, faccio all'aria aperta... o mi passa per la testa
mercoledì 26 dicembre 2012
martedì 23 ottobre 2012
Le due oasi
Prima Oasi
L’avevo sempre sfiorata, nelle
mie esplorazioni del territorio fatte sulle due ruote, ma non mi ero mai spinto all'interno. Domenica
invece ho visitato l’Oasi delle Anse Vallive di Portomaggiore. Sono partito
nonostante la nebbia, indossando una sgargiante maglia arancione, perché, anche
se il percorso che avevo immaginato si dipanava tra argini e stradelli di
campagna, è sempre meglio essere ben visibili ad auto e cacciatori.
Alla partenza pensavo che, come capita spesso in questa stagione, scaldandosi il terreno, la nebbia sarebbe risalita abbastanza alla svelta. Stavolta mi sbagliavo di brutto, e dopo pochi chilometri ero già inzuppato d’acqua. Un sottile velo di rugiada sotto forma di piccole goccioline si fissava sui peli delle braccia e dal casco colavano sul viso le gocce di condensa.
Ho raggiunto in poco più di mezz’ora l’ingresso dell’oasi. L’oasi è in qualche modo il prodotto della riconversione agricola attuata nel territorio, in cui la coltivazione intensiva della barbabietola da zucchero, che la faceva da padrona fino all’inizio degli anni ’80, è stata quasi completamente soppiantata da altre colture.
Effetto delle politiche agricole comunitarie, che hanno disincentivato la coltivazione della barbabietola a favore di altre regioni dell’Europa centrale. Gli stagni, che costituiscono il cuore dell’oasi, sono, infatti, le vecchie vasche di decantazione delle acque reflue dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito a centrale a biomasse.
Alla partenza pensavo che, come capita spesso in questa stagione, scaldandosi il terreno, la nebbia sarebbe risalita abbastanza alla svelta. Stavolta mi sbagliavo di brutto, e dopo pochi chilometri ero già inzuppato d’acqua. Un sottile velo di rugiada sotto forma di piccole goccioline si fissava sui peli delle braccia e dal casco colavano sul viso le gocce di condensa.
Ho raggiunto in poco più di mezz’ora l’ingresso dell’oasi. L’oasi è in qualche modo il prodotto della riconversione agricola attuata nel territorio, in cui la coltivazione intensiva della barbabietola da zucchero, che la faceva da padrona fino all’inizio degli anni ’80, è stata quasi completamente soppiantata da altre colture.
Effetto delle politiche agricole comunitarie, che hanno disincentivato la coltivazione della barbabietola a favore di altre regioni dell’Europa centrale. Gli stagni, che costituiscono il cuore dell’oasi, sono, infatti, le vecchie vasche di decantazione delle acque reflue dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito a centrale a biomasse.
Arrivato al museo e centro visite dell’Oasi,
situato in corrispondenza dell’ingresso, la nebbia era ancora avvolgente e persistente nello stendere il suo fitto velo sulle acque e sulla vegetazione palustre.
Io ero il primo ed unico visitatore. Mi sono fermato a scambiare qualche parola col ragazzo che fa da guardiano e guida, e gli ho chiesto se era consentiito percorrere in bici gli argini tra gli stagni, senza timore di spaventare gli animali. Egli mi ha cordialmente permesso la sortita, facendomi però notare che, a causa dell’erba alta e bagnata dall’umidità, sarei potuto uscirne completamente fradicio. Ne ero consapevole e la piccola trasgressione mi divertiva, perciò mi sono inoltrato lungo i sentieri.
In un ambiente simile c'è voluto poco ad accendere la fantasia dell'avventura. Ritrovarsi da soli a pedalare lungo una sottile striscia di terra circondata dalle acque, in un luogo celato dalle nebbie, dove le sagome apparivano per lo più misteriose, erano gli ingredienti giusti per farlo. Il primo tratto di argine è un bel vialetto attorniato da tamerici, lungo cui sono collocate alcune piazzole di osservazione, ma da cui però è stato ben difficile scorgere qualcosa per via della nebbia. Anitre e altri uccelli di valle, anche nei tratti successivi più scoperti, si sentivano starnazzare in mezzo alle sagome dei canneti più che vedersi, solo quando qualche stormo si sollevava in volo tra grida e schiamazzi era possibile scorgere qualcosa.
Io ero il primo ed unico visitatore. Mi sono fermato a scambiare qualche parola col ragazzo che fa da guardiano e guida, e gli ho chiesto se era consentiito percorrere in bici gli argini tra gli stagni, senza timore di spaventare gli animali. Egli mi ha cordialmente permesso la sortita, facendomi però notare che, a causa dell’erba alta e bagnata dall’umidità, sarei potuto uscirne completamente fradicio. Ne ero consapevole e la piccola trasgressione mi divertiva, perciò mi sono inoltrato lungo i sentieri.
In un ambiente simile c'è voluto poco ad accendere la fantasia dell'avventura. Ritrovarsi da soli a pedalare lungo una sottile striscia di terra circondata dalle acque, in un luogo celato dalle nebbie, dove le sagome apparivano per lo più misteriose, erano gli ingredienti giusti per farlo. Il primo tratto di argine è un bel vialetto attorniato da tamerici, lungo cui sono collocate alcune piazzole di osservazione, ma da cui però è stato ben difficile scorgere qualcosa per via della nebbia. Anitre e altri uccelli di valle, anche nei tratti successivi più scoperti, si sentivano starnazzare in mezzo alle sagome dei canneti più che vedersi, solo quando qualche stormo si sollevava in volo tra grida e schiamazzi era possibile scorgere qualcosa.
I colori sbiaditi e ovattati conferivano
all’ambiente che mi circondava un fascino particolare e appiccicoso, e mi
sono ritrovato a pedalare col cellulare in mano per scattare delle foto. All’uscita,
fradicio come aveva previsto il guardiano, ero molto soddisfatto del
tour naturalistico e mi sono riproposto di tornare qui in estate in una
giornata soleggiata, per meglio ammirare quelle forme che oggi ho potuto solo intravedere
ed immaginare…
Seconda Oasi
Nel ritorno ho deciso di
allungare un po’ il percorso, per riuscire a completare almeno una cinquantina
di chilometri, e così mi sono spinto lungo una strada sterrata di bonifica, un
lungo rettilineo di quasi otto chilometri, che prosegue fino quasi a Longastrino, all’altezza della Menata.
Di qui ho deciso di raggiungere l’argine del Reno.
Nel frattempo il sole aveva
finalmente preso il sopravvento e nel giro di pochi minuti l’unico ricordo
rimasto della nebbia erano gli abiti bagnati che indossavo.
Nel tragitto di ritorno a Ponte
Bastia, lungo la strada che affianca l’argine del Reno, si incontra una bella
villa signorile, purtroppo diroccata, Villa Tamba, affiancata da una cappella. Ero passato altre volte di lì,
senza mai prestare particolare attenzione all’agglomerato. Dalla strada ho notato
però che il portoncino della chiesetta era aperto e, visto che la cosa mi appariva al contempo curiosa e strana, ho deciso di andare a dare
un’occhiata.
Sulla facciata una lapide
segnala che si tratta di una cappella dedicata a Sant’Anna, ristrutturata ed
inaugurata nel 1993 dall’Arcivescovo di Ravenna. Ho posato la bici sul prato
antistante, mi sono tolto il casco e sono entrato, camminando con circospezione
per via delle scarpe bagnate e per il rispetto del luogo sacro.
Oltre l’ingresso ho avuto una
sorpresa inattesa. Forse per via della modestia e della semplicità degli
interni e degli arredi, o della lama di sole che, penetrando dalla porta d’ingresso, filtrava
oltre la tenda rossa, illuminando il pavimento, o per il fatto di ritrovarmi
da solo in quel luogo, o per l’insieme di tutte queste cose, fatto è che ho sentito la necessità fermarmi un po' e di trattenermi. Mi sono seduto e abbandonata la frenesia della sforzo fisico, ho attinto
energie da quel luogo e mi sono lasciato contagiare dell’atmosfera di suggestione che su di me, in
quel momento, quel luogo esercitava. Non c'erano dubbi, quella porta era aperta perchè io potessi entrare, tanto di lì per tutta la mattina non era passato quasi certamente nessuno.
Ho provato la sensazione di
trovarmi in una seconda oasi, mentale anziché naturalistica stavolta, mi sono
sentito preda di un entusiasmo mite e rilassato, lo stesso che avevo provato altre
volte da viaggiatore, ma sempre in luoghi lontani da casa. Nuova e piacevole,
considerando che da casa non ero distante più di otto o dieci chilometri. Mi
sentivo come se mi trovassi in un luogo distante ma amico, un luogo di
equilibrio e di pace, uno di quelli che io chiamo i luoghi del cuore, che non
sono tanti in giro per il mondo, ma che conservo vivi dentro di me, perché al loro ricordo abbino un particolare stato di benessere. Ho vissuto alcuni
attimi di profonda intimità e distacco, tanto che ripartendo, dopo poche centinaia di
metri, mi sono accorto che qualcosa mancava, ho così rapidamente realizzato di
avere lasciato casco e bandana su una panca della chiesa e mi sono visto
costretto a tornare sui miei passi, o meglio sulle mie ruote, per recuperarli.
Alla fine mi sono trattenuto solo
pochi minuti lì dentro, e all'uscita mi sono sentito come un viaggiatore che non ha pace, e che non appena ha
trovato un posto in cui gli sembra di averla raggiunta, non può restare, ma deve ripartire, avendo
altre mete da scoprire ed emozioni da incontrare.
Va bene, va bene, meglio tornare coi piedi sui pedali... anche se nei miei giri in bici, oltre che lungo le strade e i sentieri, viaggio con la fantasia, io non ero il viaggiatore di Saramago del suo “Viaggio in Portogallo”..; nel mio caso la tappa successiva era solo l’arrosto con patate che suggellava il pranzo della domenica…
Va bene, va bene, meglio tornare coi piedi sui pedali... anche se nei miei giri in bici, oltre che lungo le strade e i sentieri, viaggio con la fantasia, io non ero il viaggiatore di Saramago del suo “Viaggio in Portogallo”..; nel mio caso la tappa successiva era solo l’arrosto con patate che suggellava il pranzo della domenica…
lunedì 3 settembre 2012
Un non istante
Ero seduto in terrazzo al crepuscolo e pensavo ad un momento della giornata, ad un singolare ed unico istante, quello in cui il giorno diventa notte e la luce si tuffa nel buio. Cercavo di identificarlo e di intercettarlo questo istante, ma nessuno ci può riuscire, perché è un istante che appartiene sia al giorno che alla notte, e allo stesso tempo a nessuno dei due, è non giorno e non notte, è l’istante più misterioso e carico di incognite, è l’istante del trapasso. Come per la vita...
venerdì 31 agosto 2012
Coincidenze
Se la sensazione che si prova, quando in un
sogno si verifica una situazione che ci pare di avere già vissuto nella
realtà, si definisce dejavù; come può definirsi un situazione realmente
vissuta, che si trova descritta con precisione in un libro capitato tra
le mani e mai letto prima?
Ieri mattina, camminando per strada, ho assistito ad una scena, che la sera stessa sorprendentemente ritrovo
Ieri mattina, camminando per strada, ho assistito ad una scena, che la sera stessa sorprendentemente ritrovo
narrata
nell’ultimo libro di Erri De Luca, nello stesso modo in cui l’ho
percepita ed elaborata, come ne fosse la sua descrizione fedele.
Un bimbetto minuto, di cinque o sei anni, camminava a fianco del padre, trotterellando e saltellando come fanno i ragazzini di quell’età, e gli gironzolava intorno, nel tentativo insistente ma vano di raggiungere con la propria mano quella del padre, per legarla e stringerla, e farsi condurre per mano, come è normale che sia. Il padre reagiva infastidito agli approcci, sottraeva con decisione la propria mano a quella del figlio, lo respingeva, intimandogli di smetterla e promettendogli un ceffone. E’ un episodio di pochi secondi, forse insignificante nel via via della città che si sta ripopolando, ma che mi ha fatto indugiare e girare per seguire la scena. Non so cosa fosse accaduto prima tra i due, se e quale malestro avesse combinato il ragazzino per irritare il padre, o se il padre, adirato per altri motivi, fosse semplicemente infastidito dall’insistenza del bambino, ma ho provato un senso di disagio e di delusione per trovarmi lì e anche un po’ di pena per quell’uomo, per la sua occasione perduta che, gli auguro, di non dovere mai rimpiangere.
Un bimbetto minuto, di cinque o sei anni, camminava a fianco del padre, trotterellando e saltellando come fanno i ragazzini di quell’età, e gli gironzolava intorno, nel tentativo insistente ma vano di raggiungere con la propria mano quella del padre, per legarla e stringerla, e farsi condurre per mano, come è normale che sia. Il padre reagiva infastidito agli approcci, sottraeva con decisione la propria mano a quella del figlio, lo respingeva, intimandogli di smetterla e promettendogli un ceffone. E’ un episodio di pochi secondi, forse insignificante nel via via della città che si sta ripopolando, ma che mi ha fatto indugiare e girare per seguire la scena. Non so cosa fosse accaduto prima tra i due, se e quale malestro avesse combinato il ragazzino per irritare il padre, o se il padre, adirato per altri motivi, fosse semplicemente infastidito dall’insistenza del bambino, ma ho provato un senso di disagio e di delusione per trovarmi lì e anche un po’ di pena per quell’uomo, per la sua occasione perduta che, gli auguro, di non dovere mai rimpiangere.
sabato 28 luglio 2012
domenica 24 giugno 2012
I Colori della Baviera (Bayern Colors)
Non solo verde...
Immagini di una vacanza in bici, pedalando con lentezza lungo la Romantische Strasse, attraverso dolci colline prealpine, fertili campagne e tranquilli villaggi rurali, seguendo il greto di numerosi fiumi fino al Danubio, visitando antiche città romane e borghi medioevali, chiese barocche e castelli romantici.
Immagini di una vacanza in bici, pedalando con lentezza lungo la Romantische Strasse, attraverso dolci colline prealpine, fertili campagne e tranquilli villaggi rurali, seguendo il greto di numerosi fiumi fino al Danubio, visitando antiche città romane e borghi medioevali, chiese barocche e castelli romantici.
venerdì 22 giugno 2012
Baviera impressionista
Un villaggio della bassa Baviera con la sua
parrocchiale, un campo d'orzo con le spighe che virano al giallo, un
cielo di nuvole soffici plasmate dal vento: contrasti di un istante, che
portano alla mente un quadro impressionista.
giovedì 21 giugno 2012
domenica 27 maggio 2012
Domenica...
Oggi potrei stare per ore a guardare un filo d’erba strappato, rigirandolo tra le dita, mentre intesso un dialogo impossibile con la sua linfa esangue.
sabato 26 maggio 2012
In bici tra tre province (62 km)
![]() |
| In bici tra tre provincie (62 km) |
E’ una mattina un po’ svogliata e meteorologicamente incerta. Dopo una necessaria riflessione, all’insegna del parto o non parto, decido di scendere in garage e inforcare la bici per una nuova uscita alla scoperta di altre porzioni di territorio, un’altra tessera per arricchire il mio puzzle in costruzione. Direzione? Argine del Reno verso Argenta e quindi lungo il bel viottolo di sommità sull’argine del vecchio Po’ di Primaro. Si tratta di un piacevole tracciato di diversi chilometri per la maggior parte alberati. Quando il tratto sterrato termina ed inizia l’asfalto, proseguo in direzione di Traghetto e oltrepasso il Reno sul bel ponte in ferro ciclabile, ritrovandomi così nella provincia di Bologna e nel Comune di Molinella Questo ponte l’avevo visto parecchie volte passando in auto nella strada sotto l’argine del Reno, ma è la prima volta che mi trovo da queste parti in bicicletta e così è la prima volta che ho l’opportunità di transitarlo. Così stretto, fa un po’ impressione a me che soffro di vertigini, e cerco di percorrerlo senza neppure volgere uno sguardo verso il basso al fiume sottostante. Il tempo è sempre più incerto, non ho la mantellina parapioggia e mi chiedo se non sia il caso di riprendere la strada verso casa. Mi guardo intorno, in direzione delle colline sembra intravedersi la pioggia, ma qui in pianura le nuvole sembrano meno nere. La voglia di continuare e la curiosità sono tante, perciò decido di scommettere che non pioverà, proseguendo imperterrito verso Molinella. Raggiunto il centro della cittadina, eccomi davanti ad un’affollata pasticceria, sulla quale campeggia un bel bandierone bianconero… Sarà il compiacimento per vedere quella bandiera esposta in pieno territorio bolognese, sarà il brulichio di persone, fatto sta che trovo l’ispirazione per fare una sosta. Sono già le dieci di mattina, ma molta gente sta ancora ordinando la colazione.
Con il mio abbigliamento da ciclista che mi qualifica automaticamente come forestiero, ho la sensazione di essere un po’ osservato, seduto a quel tavolino fuori dal locale. La sensazione non mi dispiace, so che mi ci devo abituare, perché penso che la proverò molte altre volte quando, tra poche settimane, mi ritroverò da ciclista a sorbirmi una birra in qualche recondito paesino della Baviera. Mi piace trattenermi ancora un po’ lì seduto e, mentre mangio un panino, soffermarmi ad osservare quello che fa la gente. Gli avventori sembrano sereni, i ritmi tranquilli del sabato di riposo inducono al buon umore e alle chiacchiere, sembra si conoscano un po’ tutti, si scambiano sorrisi e cenni di saluto, quattro signore di mezz’età sedute al tavolino di fianco al mio parlano del recente terremoto, una giovane coppia con un bambinetto si sorbisce il cappuccino, due vecchietti commentano il giornale sportivo, il pasticcere uscito dal suo laboratorio si intrattiene con una signora anziana. L’uomo sorride, chissà cosa le sta raccontando la vecchietta, sono troppo distante per capire, ma la scenetta trasmette anche a me un moto di buon umore. Bisogna ripartire, risalendo in bici decido di procedere in direzione Sant’Antonio, ma dopo pochi chilometri nella campagna la mia attenzione è richiamata da un cartello segnaletico che indica un’azienda faunistico venatoria. Decido di infilarmi per la deviazione, la stradina si inoltra tortuosa in questo verde angolo di campagna bolognese, le curve connotano il paesaggio, lo abbelliscono anche, in lontananza avverto alcuni spari, là in fondo la strada sembra perdersi in una fitta vegetazione. Adesso scorgo distintamente le sagome dei cacciatori e dei cani che scorazzano per le campagne. Una lunga serie di moniti e di minacce a proseguire, abbinata ai rumori degli spari, mi pare molto convincente, così mi dissuado dal proseguire e mi fermo, anche per non correre il rischio di finire impallinato come una fagiano. Forse ho un po’ di pregiudizio, io sono di tradizione ed estrazione contadina, nessuno in famiglia che io ricordi è mai stato un cacciatore, anzi, i cacciatori non sono mai stati visti di buon occhio dai miei vecchi. Da bambino sentivo raccontare con dispetto che, in virtù di non so quale legge, che ignoro se sia tuttora vigente, i cacciatori potevano percorrere liberamente i terreni coltivati, senza chiedere alcun permesso ai proprietari, arrecando anche danno ai raccolti imminenti. Per questo sono un po’ prevenuto verso di loro, temo sempre che, presi dalla foga di sparare, prima premano il grilletto e poi semmai pensino su quale sagoma in movimento abbiano puntato l’arma prima di premerlo…
Ritorno sui miei passi, o meglio sulle mie ruote e riprendo la strada principale. La strada ora fiancheggia alcuni bei pioppeti, le sagome eleganti e slanciate degli alberi, allineati e coperti, assomigliano ad una battaglione di corazzieri schierato in pompa magna. Superato Sant’Antonio, mi dirigo verso Portonovo, raggiungendo l’argine del Sillaro. Sono stanco di asfalto, preferisco variare il percorso ed addentrarmi in zone più tranquille, dove non si senta il rumore delle pur poche vetture che transitano e dove ad ogni curva dell’argine ci si possa sorprendere del paesaggio che comparirà al di là. Mi dirigo perciò lungo la cavedagna ai piedi dell’argine sinistro. Si tratta di un viottolo accidentato, utilizzato dalle macchine agricole per la lavorazione dei terreni, che già percorsi qualche tempo fa, dopo la nevicata dell’inverno scorso. Ricordo che allora era cosparso da chiazze di neve ancora non disciolta e che in alcuni tratti in ombra era inevitabile finire nel bel mezzo della neve, quasi pattinando con la bici. Nonostante la neve, il terreno indurito e semighiacciato, risultava agevolmente percorribile. Oggi è primavera, il sentiero è un’altra cosa, non tanto per le erbacce che di questa stagione crescono con una velocità supersonica, ma soprattutto per via del soffice letto di erba già falciata e non raccolta che rinsecchita e marcita, giace e ricopre la carreggiata. La ruote slittano e affondano e, senza timore di esagerare, posso dire che la sensazione è la stessa che si prova pedalando sulla sabbia. Sono solo pochi chilometri di un tale terreno, ma devo spingere parecchio, utilizzando un rapporto molto agile, devo anche mantenere una velocità abbastanza sostenuta, per riuscire a non piantarmi. Ad un certo punto preferisco abbandonare il sentiero, e passare direttamente nei solchi dei trattori all’interno del terreno seminato a mais. Se lo fanno i cacciatori, posso farlo anch’io, così per una volta mi ritrovo dalla loro parte…
Le piantine sono ancora in giovane età e non ostacolano l’andatura, anch’io non posso produrre danni irreparabili al mio passaggio, meglio qualche vibrazione in più sul terreno accidentato ma duro, che non la fatica da fare per avanzare sul terreno soffice del viottolo. Giunto finalmente al ponte del Sillaro, proseguo in direzione Spazzate Sassatelli e poi taglio a sinistra per una delle tante possibili scorciatoie. Passo a fianco di un campo volo, dove due deltaplanisti stanno armeggiando attorno al loro veicolo a motore. Queste stradine bianche che fendono perpendicolarmente la campagna le ho già percorse diverse volte nelle mie scorribande solitarie, perciò le conosco ormai bene, e sebbene si incontrino parecchi incroci tra i viottoli di confine degli appezzamenti di terreno, so dirigermi con sicurezza dapprima verso l’azienda faunistica venatoria Massari e quindi verso la Tarabina. Ormai è mezzogiorno, la scommessa è vinta, nessuna pioggia mi ha sorpreso, anzi un pallido sole torna a riproporsi tra le nuvole, che magnanime mi hanno risparmiato da una possibile bagnata. Gli ultimi chilometri che mi separano da Lavezzola li percorro di gran carriera, sobbalzando con la bici sulle gibbosità del terreno. Quando arrivo nella piazza del paese i rintocchi del campanile mi dicono che è esattamente mezzogiorno. Anche questa è fatta, un nuovo tracciato sotto le mie ruote è completato, ho esplorato un altro pezzo di quel territorio che amo frequentare e percorrere in questa primavera climaticamente instabile, e che riesce ogni volta a sorprendermi con la scoperta delle sue piccole grandi sorprese.
martedì 8 maggio 2012
Sono 30!
Un piacere intenso, intimo e sincero, antico e violento, struggente e sensuale, un’emozione che ingrossa le vene, inumidisce gli occhi e percorre i tendini: la Juve…
La Juve è casa mia, sono gli amici del bar e gli sconosciuti che abbraccio allo stadio, sono io ora, io bambino con le mie figurine, io ragazzo con il mio orgoglio, io uomo che grazie alla Juve rivive entusiasmi e fierezze giovanili, io vecchio che si aggrappa con le unghie ad un sogno, a una storia e a un intimo ideale. Il sogno che si protrae, la Juve e la sua leggenda, il suo nome che evoca gioventù, la sua eleganza e il suo stile, perciò le scrivo parole appassionate, parole di cui sono fiero e che domani troverò ridicole o mielose, e proprio per questo devo affrettarmi a scriverle, perchè voglio appuntarle. Io amo il calcio, perciò sono juventino: con orgoglio, tanto da compatire chi vede in quegli undici ragazzi con le maglie bianconere, che si stanno abbracciando su un prato verde, solo altrettanti miliardari viziati e non i miei campioni. Che siano viziati e esageratamente osannati non conta niente, non per me, non per ora almeno, perché non sposta di una virgola quello che provo, non lo sminuisce, né lo scalfisce, ora io sono fanciullo, in tutto e per tutto, non me ne vergogno, anzi provo piacere che mi riesca di esserlo e per un fanciullo non conta la razionalità, non esiste proprio, e non mi frega un cazzo se vi appaio ridicolo, stasera sono nudo con le mie emozioni, e quelli là sono i miei eroi, sono quelli che hanno rialzato la mia bandiera, non sono manichini pagati a suon di milioni, ce ne sono tanti di manichini, ma indossano tutti altre maglie, a strisce con del rosso o dell’azzurro, o a tinta unita, quelli che indossano la maglia bianconera non lo saranno mai, sono i miei ragazzi, perchè danno sul campo ciò che vorrei dare io per quella maglia, un simbolo che attraversa i sogni con cui sono cresciuto e in cui mi identifico, e ora mi godo il sapore che ho in bocca, un sapore dolce che mi gusto alla faccia degli altri… di tutti quelli che non possono gioire perchè preferiscono le squadre di manichini o perchè non riescono ad abbandonare il loro pudore, rifiutandosi di ritornare a sognare come quella volta in cui erano ragazzi...
sabato 5 maggio 2012
Monte Paolo (49 km)
Monte Paolo (49 km)Ci ritroviamo in 5 per la tradizionale uscita del sabato mattina, destinazione Monte Paolo, sulle colline tra Faenza e Dovadola. Trasferimento in auto fino alla torrefazione Mokador di Faenza e partenza con condizione meteorologiche caratterizzate da cielo nuvoloso e vento di libeccio moderato. Sullo sfondo le colline oltre Faenza appaiono illuminate dal sole e perciò riteniamo di potere scampare il pericolo della pioggia. Raggiunta in breve Faenza ci dirigiamo verso Santa Lucia, le nuvole, come previsto, sembrano ora meno minacciose e cedono sempre più spesso la scena al sole, la temperatura è ideale, il vento seppure trasversale al nostro senso di marcia non appare particolarmente arrabbiato. Superata la borgata di Santa Lucia, proseguiamo lungo la via Samoggia, che costeggia il torrente omonimo, affluente del Lamone, mentre la strada prende leggermente a salire. Piacevole pedalare nella campagna in piena esuberanza primaverile, sullo sfondo delle dolci colline faentine, tra i filari di kiwi e di viti ed il verde dei campi di grano costellati qua e là dalle macchie rosse dei rosolacci.
In fondo a via Samoggia inizia via Monte Paolo, quando siamo ancora a soli 100 m di altitudine.
La strada stretta ma asfaltata continua a fiancheggiare il torrente Samoggia. A circa 180 m. di altitudine si trova verso sinistra il bivio con l’indicazione per l’eremo di Monte Paolo, ma decidiamo di proseguire dritto, riservandoci la via indicata dalla segnaletica per il ritorno.
Inizia un lungo tratto sterrato su una stradina tortuosa e sassosa che si dipana lungo una stretta vallata in ombra, mentre alcuni stagni fanno da cornice alla nostra andatura ai lati della strada. La salita si fa più tosta ed impegnativa tra falsopiani e strappetti che mettono a dura prova il mio fiato di ciclista del finesettimana. In corrispondenza di un soleggiato e ripido tornante dalla balaustra che delimita il ciglio si gode un altro splendido panorama sulla vallata da cui siamo saliti. Un attimo di sosta, poi si prosegue per circa un altro chilometro con salita meno impegnativa fino a sbucare sulla strada asfaltata di via Monte Paolo che da Dovadola sale verso l’eremo. La strada è ora un falsopiano che in meno di 2 km porta alla chiesa di San Paolo situata ad un’altitudine di 425 m. Alcune notizie biografiche dicono che l’eremo di Monte Paolo sia il più importante santuario antoniano dell’Emilia-Romagna, per la memoria che si conserva di S.Antonio di Padova che qui ebbe la sua prima residenza italiana tra il 1221 e il 1222 prima di trasferirsi nella città veneta.
Nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Antonio una provvidenziale fontanella offre ristoro a noi e ad altri biker che hanno raggiunto il nostro stesso traguardo.
Dopo una breve sosta affrontiamo la discesa piuttosto ripida, lungo un acciottolato abbastanza infido, caratterizzato da una sequenze di curve e controcurve. Io sono l’unico a non avere una vera mountain bike ma una bici ibrida, per di più con uno pneumatico posteriore un po’ logoro, perciò affronto la discesa con molta circospezione, cercando di controllare le frequenti scodate della ruota posteriore, mentre alcuni amici più temerari mi precedono, scendendo più veloci di me.
Ritornati su via Samoggia, proseguiamo sullo stesso percorso dell’andata, fino all’incrocio di Via Croce, dove affrontiamo una variante al percorso più diretto, percorrendo una ripida salita di 1 km, che dagli iniziali 100 m di quota ci porta a 200 in circa 1 km. Lo strappo è veramente molto duro e mi mette a dura prova, arrivo in cima, all’incrocio con Via Montefortino, con un discreto fiatone. In questo punto, complice anche la necessità di recuperare un po’ di fiato, ci soffermiamo ad ammirare il paesaggio.
La visione è magnifica, il sapore acre della fatica viene mitigato dallo spettacolare panorama che si gode da questo lembo di collina faentina, e lo sguardo si perde sulle vallate contrapposte, scorgendo da un lato il profilo della città manfreda e dall’altro la pianura che si estende fino al mare.
Proseguiamo lungo la veloce discesa, ora sull’asfalto mi sento più sicuro, e anch’io mi lancio in posizione aerodinamica, godendomi l’ebbrezza della velocità.
Ormai la pedalata potrebbe volgere al termine, ma non siamo ancora del tutto sazi, una brillante idea lanciata da uno di noi viene raccolta al volo dagli altri, su una stradina a sinistra, superata l’indicazione per il ristorante di San Biagio Vecchio, si trova l’indicazione per la cantina Spinetta. Quale migliore occasione per rallegrare la gola, e non solo, con un buon calice di vino rosso prima di ritornare alle auto? Detto fatto. La padrona di casa ci suggerisce una bottiglia di sangiovese barricato, che in cinque prosciughiamo in un minuto. Dopo esserci intrattenuti brevemente con la gentile ospite che ci parla dei propri vini e delle iniziative della cantina in programma, ripartiamo con una buona dose di allegria. Ora che la spinta propulsiva del vino si fa sentire, rapidamente raggiungiamo Faenza e poi il parcheggio delle auto, sospinti anche alle spalle da un vento favorevole, che nel frattempo è andato aumentando d’intensità.
Bella giornata sui pedali, 49 km, un po’ meno del solito, ma con un’inconsueta divagazione finale in cantina, che ci ripromettiamo di ripetere presto…trasformando magari questo tipo di sosta in un appuntamento abituale per i nostri raid ciclistici sulle colline faentine…
domenica 29 aprile 2012
sabato 28 aprile 2012
martedì 20 marzo 2012
Da Spina ad Alcatraz
Domenica 18 Marzo
Percorso di 78 km: Lavezzola - Ponte Bastia – Argenta - Bando -
Anse Vallive di Portomaggiore - Ostellato - Vallette di Ostellato - Valle del
Mezzano - Valli di Comacchio - Valli Salse - Filo - Ponte Bastia – Lavezzola
![]() |
| Il tracciato GPS: 78 km |
Come
accade ormai regolarmente nei miei domenicali raid ciclistico-naturalistici,
anche stavolta decido di partire senza avere in testa una meta, fedele
al motto: “intanto si parte e poi si vedrà…” Mi ritrovo così a fare le prime
pedalate lungo l’argine del Reno in direzione di Argenta. La mattinata è umida,
una nebbiolina leggera avvolge le fronde degli alberi e nasconde alla vista il
letto del fiume, ma potrei scommettere che in capo a mezz’ora la nebbia prima di diraderà e poi si dissolverà completamente, non appena l’aria inizierà a
scaldarsi.
![]() |
| Nebbia sull'argine del Reno |
Nel
frattempo realizzo dove mi piacerebbe andare e decido di dirigere il manubrio
in direzione di Ostellato, passando per una zona umida, che sfiorai lo scorso
anno durante un’altra mia escursione, e che oggi potrei finalmente vedere.
![]() |
| Lungo la strada tra Argenta e Bando |
Da
Argenta mi dirigo verso Bando, e da qui seguo l’indicazione per l’Oasi delle
Anse Vallive di Portomaggiore. Si tratta di un bellissimo territorio ai margini
della bonifica del Mezzano, costellato di canali e stagni, che rappresenta
un’importante zona di sosta e nidificazione per numerose specie di uccelli.
![]() |
| La strada nell'Oasi delle Anse Vallive di Portomaggiore |
| Contrasti di acqua, terra e ciminiere |
La
strada si dispiega morbida e piacevole lungo le anse del canale, fiancheggiata
da schiere di tamerici ancora in letargo, ma nell’imminenza di rinverdire le
loro chiome, ed offre mirabili scorci di questo tratto di campagna ferrarese, resi
ancora più suggestivi dalla contrastante presenza sullo sfondo
dell’insediamento industriale dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito
a centrale elettrica a biomasse.
![]() |
| I tamerici lungo il margine stradale |
Attraversata
l’oasi, ci si immette nei lunghi rettilinei asfaltati, che fendono le terre di
bonifica e le tagliano in appezzamenti regolari come i riquadri di un’enorme
scacchiera, fino ad arrivare ad Ostellato. La mattinata ormai è serena e il
leggero refolo di vento dal mare non disturba più di tanto l’andatura. Dopo
una veloce colazione ad un bar, devo decidere se proseguire verso Comacchio o
se riprendere la via di casa, magari con una variante all’itinerario per non
ripetere il medesimo percorso dell’andata. Una rapida scorsa alle mappe del GPS e la decisione di continuare in direzione Comacchio, che dista ancora una
ventina di km. Non mi va di proseguire lungo la provinciale, vorrei evitare le
auto dei gitanti diretti al mare, e cerco perciò un percorso alternativo tra i
canali. Mi ritrovo così nel territorio delle Vallette di Ostellato, un'altra oasi naturalistica che non
conoscevo. Lungo il tratto del canale Valle Lepri, che attraversa l’oasi, è in
corso una frequentatissima gara di pesca, con centinaia di pescatori disposti ordinatamente
nelle rispettive piazzole lungo la sponda sinistra del canale per almeno tre
chilometri.
![]() |
| Pescatori in competizione |
martedì 6 marzo 2012
La bicicletta é un ascensore
Riflettendoci, mi rendo sempre più conto, che la mia, seppur recente, passione per la bici ha un’origine lontana ed un obiettivo nascosto, e che non vivo la bici solo come divertimento, strumento con cui faticare per mantenermi in forma o con cui ingaggiare una sfida sportiva con me stesso. Se fosse solo quello, credo che mi basterebbe la cyclette da camera, un superfluo oggetto che nella realtà resta inutilizzato in un angolo della stanza.
L’andare
in bici è per me invece una pratica funzionale ad un bisogno più arcano
ma semplice, uno stimolo più immateriale che non fisico, quello della
scoperta del territorio e dell’esperienza del paesaggio, fatte secondo
una prospettiva diversa da quella consueta, distratta o superficiale,
che si ha viaggiando in auto. La velocità della bici è funzionale a
questa ricerca del bello, dell’inconsueto o del caratteristico nello
scenario che mi circonda, mi dà la possibilità di guardare e non solo di
vedere, di soffermarmi e di attingere sensazioni a piene mani,
prestando anche attenzione ai particolari, alle originalità delle forme,
ai profili e ai colori.
L’amore per il paesaggio è la stessa
spinta e anche il limite che mi porta a scegliere la destinazione dei
viaggi, ossia la scoperta dei luoghi. E’ forse frutto di un retaggio
fanciullesco, legato alla fantasia dell’esplorazione e della scoperta,
mutuata dalla lettura dei romanzi d’avventura, questo non lo saprei
dire; quello che so è che è senz’altro una rincorsa alla serenità e una
ricerca dell’armonia, un modo di assecondare grazie al viaggio le mie
intime priorità e le mie necessità.
So riconoscere e considero un
limite questo atteggiamento, non ne vado fiero, ma mi rendo conto e
prendo atto che non è affatto il desiderio di una conoscenza
antropologica lo spirito guida delle mie destinazioni di viaggio, quanto
invece la fame di conoscenza di luoghi nuovi, anche sguarniti della
presenza umana. Parlo di limite perchè, nella mia scarsa attitudine alla
conoscenza delle persone che abitano quei luoghi, so di trascurare un
aspetto importante del viaggio, di conseguenza ogni conoscenza fatta
riveste un aspetto piuttosto marginale e funzionale allo spirito di
scoperta dei luoghi.
Sarà che sono abbastanza a disagio tra i
manufatti e gli artifici a volte disastrosi che la colonizzazione
dell’uomo produce, con i suoi rumori e la sua violenza, ma preferisco i
luoghi poco affollati, le campagne alle città, i territori isolati o
appartati, anche se trasformati o lavorati dall’uomo, piuttosto che
quelli in cui la sua presenza è massiccia e invasiva.
Dipenderà
dalla mia indole un po’ assorta o solitaria, però la motivazione me le
dà la ricerca di esperienze da trasporre dal piano sensoriale a quello
interiore.
Questo ascensore per il benessere lo trovo, anche in
bicicletta, nell’esperienza del paesaggio e nella scoperta del
territorio, che non vivo solo come genesi di fenomeni sensoriali, visivi
o olfattivi, ma come un esercizio più intimo e profondo, che riguarda
la necessità di soddisfare e sublimare le mie passioni e i miei sogni,
una specie di carburante propulsivo per il mio sentirmi vitale.
domenica 12 febbraio 2012
Puntualità
Montare le catene nell'auto... una delle cose che più
detesto e temo, ma che sono stato costretto a fare stamattina. Un'operazione
che fatta al coperto riesce in non più di 5 minuti, quando mi ritrovo al gelo,
sotto una fitta nevicata, diventa un'impresa titanica. Lo so già prima che
accada ed il fenomeno si ripete puntualmente come la liquefazione del sangue di
San Gennaro. E' tutto scritto, nulla va mai per il verso giusto, un gancio non
si aggancia, un anello sembra aprirsi, ed al termine, dopo l'esposizione
dell'interno campionario di imprecazioni classiche e originali a mia
disposizione, abbinata alla sensazione che l'intero vicinato sia acquattato
dietro le persiane a spiarmi e a farsi grasse risate alle mie spalle, mi
ritrovo madido di sudore, con le dite delle mani e dei piedi semicongelate, i
pantaloni fradici e un mal sopito desiderio di spaccare tutto...
giovedì 9 febbraio 2012
Onde e fanfare
Cerco riparo tra gli oggetti di questa stanza,
sfuggo al gelo dell’animo,
rincorrendo il respiro.
Dal tappeto emergono sagome di onde,
coi loro profili inquieti,
le forme effimere, senza un progetto.
Onde intrise di suono e movimento,
ma senza identità, né tempo,
come certe frasi imprigionate nella mente e non scritte.
Onde, storie vissute in un istante e in quello dopo dissolte,
mutate in altre storie che prima non erano,
ma di un istante anch’esse.
E’ il tempo che fa la differenza
con le sue sferzate di alito e di sete.
Ci fa oscillare come gingilli
appesi alle bancarelle di un bazar
o ci sporca le scarpe
come una torbida pozza d’acqua piovana.
Oggi è il giorno delle fanfare,
mettono tristezza quando passano,
potrei chiudere finestre e orecchie,
ma mi affaccio a guardarle
e ogni volta ripassano,
e ogni volta le guardo.
Sono note stonate certi pensieri,
come i passi incerti di mio padre,
o le sue parole slegate.
Le sue mani grandi sono un leggio di storie e ricordi:
la guerra in Africa, l’Appia grigia,
o il capanno al mare.
Sollevo le mie mani, le guardo,
anch’esse si muovono, toccano e sentono,
ma come onde non racchiudono storia.
Sorrido amaro, scuoto la testa,
mi alzo e torno di là
ad accarezzare la sua.
© Alessandro
giovedì 2 febbraio 2012
Inverni nel tempo
Neve e ghiaccio. Un quadro di Bruegel, che ritrae una scena di vita invernale nelle Fiandre del '500 ed una foto che qualcuno ha scattato oggi a Siena in Piazza del Campo... non poche somiglianze!
Iscriviti a:
Post (Atom)


























