martedì 23 ottobre 2012

Le due oasi



 
Prima Oasi
L’avevo sempre sfiorata, nelle mie esplorazioni del territorio fatte sulle due ruote, ma non mi ero mai spinto all'interno. Domenica invece ho visitato l’Oasi delle Anse Vallive di Portomaggiore. Sono partito nonostante la nebbia, indossando una sgargiante maglia arancione, perché, anche se il percorso che avevo immaginato si dipanava tra argini e stradelli di campagna, è sempre meglio essere ben visibili ad auto e cacciatori.
Alla partenza pensavo che, come capita spesso in questa stagione, scaldandosi il terreno, la nebbia sarebbe risalita abbastanza alla svelta. Stavolta mi sbagliavo di brutto, e dopo pochi chilometri ero già inzuppato d’acqua. Un sottile velo di rugiada sotto forma di piccole goccioline si fissava sui peli delle braccia e dal casco colavano sul viso le gocce di condensa.
Ho raggiunto in poco più di mezz’ora l’ingresso dell’oasi. L’oasi è in qualche modo il prodotto della riconversione agricola attuata nel territorio, in cui la coltivazione intensiva della barbabietola da zucchero, che la faceva da padrona fino all’inizio degli anni ’80, è stata quasi completamente soppiantata da altre colture.
Effetto delle politiche agricole comunitarie, che hanno disincentivato la coltivazione della barbabietola a favore di altre regioni dell’Europa centrale. Gli stagni, che costituiscono il cuore dell’oasi, sono, infatti, le vecchie vasche di decantazione delle acque reflue dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito a centrale a biomasse.
Arrivato al museo e centro visite dell’Oasi, situato in corrispondenza dell’ingresso, la nebbia era ancora avvolgente e persistente nello stendere il suo fitto velo sulle acque e sulla vegetazione palustre.
Io ero il primo ed unico visitatore. Mi sono fermato a scambiare qualche parola col ragazzo che fa da guardiano e guida, e gli ho chiesto se era consentiito percorrere in bici gli argini tra gli stagni, senza timore di spaventare gli animali. Egli mi ha cordialmente permesso la sortita, facendomi però notare che, a causa dell’erba alta e bagnata dall’umidità, sarei potuto uscirne completamente fradicio. Ne ero consapevole e la piccola trasgressione mi divertiva, perciò mi sono inoltrato lungo i sentieri.
In un ambiente simile c'è voluto poco ad accendere la fantasia dell'avventura. Ritrovarsi da soli a pedalare lungo una sottile striscia di terra circondata dalle acque, in un luogo celato dalle nebbie, dove le sagome apparivano per lo più misteriose, erano gli ingredienti giusti per farlo. Il primo tratto di argine è un bel vialetto attorniato da tamerici, lungo cui sono collocate alcune piazzole di osservazione, ma da cui però è stato ben difficile scorgere qualcosa per via della nebbia. Anitre e altri uccelli di valle, anche nei tratti successivi più scoperti, si sentivano starnazzare in mezzo alle sagome dei canneti più che vedersi, solo quando qualche stormo si sollevava in volo tra grida e schiamazzi era possibile scorgere qualcosa.
I colori sbiaditi e ovattati conferivano all’ambiente che mi circondava un fascino particolare e appiccicoso, e mi sono ritrovato a pedalare col cellulare in mano per scattare delle foto. All’uscita, fradicio come aveva previsto il guardiano, ero molto soddisfatto del tour naturalistico e mi sono riproposto di tornare qui in estate in una giornata soleggiata, per meglio ammirare quelle forme che oggi ho potuto solo intravedere ed immaginare…


Seconda Oasi
Nel ritorno ho deciso di allungare un po’ il percorso, per riuscire a completare almeno una cinquantina di chilometri, e così mi sono spinto lungo una strada sterrata di bonifica, un lungo rettilineo di quasi otto chilometri, che prosegue fino quasi a Longastrino, all’altezza della Menata. Di qui ho deciso di raggiungere l’argine del Reno.
Nel frattempo il sole aveva finalmente preso il sopravvento e nel giro di pochi minuti l’unico ricordo rimasto della nebbia erano gli abiti bagnati che indossavo.
Nel tragitto di ritorno a Ponte Bastia, lungo la strada che affianca l’argine del Reno, si incontra una bella villa signorile, purtroppo diroccata, Villa Tamba, affiancata da una cappella. Ero passato altre volte di lì, senza mai prestare particolare attenzione all’agglomerato. Dalla strada ho notato però che il portoncino della chiesetta era aperto e, visto che la cosa mi appariva al contempo curiosa e strana, ho deciso di andare a dare un’occhiata.
Sulla facciata una lapide segnala che si tratta di una cappella dedicata a Sant’Anna, ristrutturata ed inaugurata nel 1993 dall’Arcivescovo di Ravenna. Ho posato la bici sul prato antistante, mi sono tolto il casco e sono entrato, camminando con circospezione per via delle scarpe bagnate e per il rispetto del luogo sacro.
Oltre l’ingresso ho avuto una sorpresa inattesa. Forse per via della modestia e della semplicità degli interni e degli arredi, o della lama di sole che, penetrando dalla porta d’ingresso, filtrava oltre la tenda rossa, illuminando il pavimento, o per il fatto di ritrovarmi da solo in quel luogo, o per l’insieme di tutte queste cose, fatto è che ho sentito la necessità fermarmi un po' e di trattenermi. Mi sono seduto e abbandonata la frenesia della sforzo fisico, ho attinto energie da quel luogo e mi sono lasciato contagiare dell’atmosfera di suggestione che su di me, in quel momento, quel luogo esercitava. Non c'erano dubbi, quella porta era aperta perchè io potessi entrare, tanto di lì per tutta la mattina non era passato quasi certamente nessuno.
Ho provato la sensazione di trovarmi in una seconda oasi, mentale anziché naturalistica stavolta, mi sono sentito preda di un entusiasmo mite e rilassato, lo stesso che avevo provato altre volte da viaggiatore, ma sempre in luoghi lontani da casa. Nuova e piacevole, considerando che da casa non ero distante più di otto o dieci chilometri. Mi sentivo come se mi trovassi in un luogo distante ma amico, un luogo di equilibrio e di pace, uno di quelli che io chiamo i luoghi del cuore, che non sono tanti in giro per il mondo, ma che conservo vivi dentro di me, perché al loro ricordo abbino un particolare stato di benessere. Ho vissuto alcuni attimi di profonda intimità e distacco, tanto che ripartendo, dopo poche centinaia di metri, mi sono accorto che qualcosa mancava, ho così rapidamente realizzato di avere lasciato casco e bandana su una panca della chiesa e mi sono visto costretto a tornare sui miei passi, o meglio sulle mie ruote, per recuperarli.
Alla fine mi sono trattenuto solo pochi minuti lì dentro, e all'uscita mi sono sentito come un viaggiatore che non ha pace, e che non appena ha trovato un posto in cui gli sembra di averla raggiunta, non può restare, ma deve ripartire, avendo altre mete da scoprire ed emozioni da incontrare.
Va bene, va bene, meglio tornare coi piedi sui pedali... anche se nei miei giri in bici, oltre che lungo le strade e i sentieri, viaggio con la fantasia, io non ero il viaggiatore di Saramago del suo “Viaggio in Portogallo”..; nel mio caso la tappa successiva era solo l’arrosto con patate che suggellava il pranzo della domenica…