giovedì 1 dicembre 2011

Aki Kaurismaki - Miracolo a Le Havre



 

Il nuovo film di Kaurismaki è molto più di una favola a lieto fine. E' ambientato a Le Havre, in una grigia città della Francia atlantica, dove poveri personaggi altrettanto grigi e marginali, sbarcano il lunario come possono, tra lavori occasionali e incontri nelle taverne del porto, con facce da grassatori incalliti e da avanzi di galera, che sembrano uscire da un quadro di Bruegel o da una canzone di De Andrè.
Un Kaurismaki che già conosco, col suo gusto così freddamente nordico, solo apparentemente distaccato nella caratterizzazione di ambienti e personaggi, ma che ancora una volta mi cattura, narrando una storia che si staglia sullo sfondo tetro delle quotidiane vicende personali di un uomo diseredato, maltrattato dalla vita, cinico e rassegnato, che non lotta più e non sembra più avere speranze. Non ci sono lustrini, vacanze di Natale, rincorse di auto, ragazze fatali o attori di successo, c’è solo l’amara e severa lotta per la quotidiana sopravvivenza a fare da scenario.
Gli attori sono quelli prediletti dal regista ed ormai collaudati, con le loro espressioni severe e malinconiche, senza sorrisi inutili che risulterebbero falsi in quel contesto e non renderebbero l’idea della durezza della vita che conducono. Nelle scene di interni i movimenti, le posture e i gesti sono essenziali, quasi teatrali, in un gioco di luci di scena molto suggestivo. Trovo infatti meravigliosa la fotografia degli interni, dove una luce radente e trasversale taglia la scena, illuminando le figure, i volti e gli oggetti, a delinearne così la psicologia come in un quadro di Vermeer. Gli interni sono umili come i personaggi, di un grigioazzurro quasi uniforme, ma sono puliti e ordinati come il loro animo, sono fatti di suppellettili essenziali e datate, ma non manca mai una macchia pittorica di colore come quella di un fiore in un vaso. Tra quelle mura di case modeste si respira l’aria di una dignitosa povertà.
In questo contesto nasce l’incontro tra il ragazzo clandestino ed il vecchio bohemienne, povero e semialcolizzato, un uomo mai cresciuto, salvato dalla strada da una moglie ora gravemente malata in ospedale, senza la quale non sa neppure provvedere a sé stesso. Dall’incontro scaturisce subito un legame sincero, che si basa sulla complicità e che genera nelll'anziano una sorta di rinascita della volontà di combattere. Una complicità ed una solidarietà contagiose, che prevalgono sulla diffidenza, e così l’aiuto del vecchio diventa quello dell’intero microcosmo che gli gravita intorno, che pratica nei confronti del ragazzo una sorta di transfert, riversando su di lui le proprie speranze di riscatto, quelle ormai non più coltivabili per sè stesso. L'adoperarsi per il successo del suo tentativo sarà la rivincita dalle sconfitte di ciascuno. La solidarietà non è mai sdolcinata ma sincera, come a dirci che tra gli ultimi ci si capisce e ci si aiuta senza alcuna riserva.
Così la fornaia, il fruttivendolo, il commissario e tanti altri personaggi, che nella vita appaiono dei perdenti e dei sottomessi, attraverso la complicità e la solidarietà attuano il loro personale riscatto, risultando in realà vincenti.
Notevoli e di spirito anche alcune battute, che sebbene caustiche e taglienti come lame strappano la risata. In particolare, in un dialogo tra il commissario e la barista, il primo dice: “Ho saputo della morte di tuo marito, mi dispiace.” Lei risponde serissima: “Ah, che ci vuoi fare, era fatalista!”.
Non lo trovo un film buonista, semmai un film garbato, lucido e ottimista nel trattare un tema molto attuale come quello dell’integrazione razziale e dell’accettazione di chi è diverso. Una favola dal finale così paradossale da lasciare in bocca un sapore tra i più piacevoli, quello della speranza.