martedì 14 maggio 2013

MTB sul monte Furlo

Una fantastica uscita in MTB nella zona di Urbino. Finalmente, grazie all’amico Stefano ed ai suoi amici, sono riuscito a godere la MTB nella sua vera natura ed essenza. Un percorso che, partendo dalla cittadina di Fermignano, si dipana su una strada all’inizio asfaltata, poi bianca, fino a divenire una mulattiera molto ripida con un fondo a tratti fangoso, ma in molti altri costituito da sassi e rocce affioranti, viscide perché bagnate dal temporale notturno. La salita dal parcheggio in circa 10 km e 600 m. di dislivello raggiunge i pascoli e le praterie del Furlo. La discesa altrettanto tecnica e molto difficile, lungo uno stretto sentiero nel bosco, noto agli amici del luogo, ma non segnato sulle mappe, che durante i temporali diventa l’alveo di un ruscello. Tutto molto bello ed emozionante, anche se la mia fatica in salita è stata tanta. Solo una domanda che esprime un dubbio, ma a cosa servono in MTB le pedivelle, se quando, sui sassi di un tornante in ripida salita, procedendo ai 4-5 km all’ora, ti capita di dovere mettere un piede a terra, e non si sganciano subito ed a terra ci finisci con tutta la bici?


























mercoledì 26 dicembre 2012

Raffaello versus Picasso

Se devo dirlo subito, a me la mostra vista a Vicenza, intitolata “Raffaello verso Picasso”, con sottotitolo “Storia di sguardi, volti e figure”, non è affatto dispiaciuta.
Avevo letto diverse critiche, molte delle quali negative, se non addirittura malevole, ed ero certamente molto guardingo nel giudicare, ma non per questo prevenuto.
Innanzitutto il contesto della restaurata Basilica Palladiana è di quelli che non possono che intrigare, anche se l’allestimento induce a concentrarsi molto sui quadri esposti e molto meno ad ammirare le bellezze architettoniche dell’edificio restaurato.
La mostra raccoglie una serie di dipinti di autori molto famosi, provenienti da musei internazionali (in verità mai di primissimo piano e piuttosto periferici rispetto ai tradizionali percorsi culturali) e da collezioni private, e si sviluppa lungo otto secoli di storia dell’arte, prefiggendosi di sintetizzare nella raccolta una sorta di storia dell’evoluzione del ritratto, nell’ambito della più generale storia della pittura.
Ci sono dipinti belli e molto noti, sebbene nessun capolavoro famosissimo, ed anche l’allestimento, il percorso e la scelta delle luci per valorizzarli è ben riuscito.
Chiaramente una mostra del genere, trasversale alle epoche ed ai generi, non si prefigge di seguire un canovaccio cronologico e una trama culturale lineare, e in questo senso è molto ben fatta, perché non potendolo fare, non tenta neppure di seguire un’evoluzione temporale, e, proprio per esorcizzare questo rischio, nelle medesime sale troviamo a volte dipinti molto diversi per autore ed epoca.
E’ evidente l’operazione commerciale, su questo non c’è alcun dubbio, si è puntato molto sui nomi degli artisti, sulle cosiddette primedonne, facendo in modo che, per quelli più famosi e di richiamo, anche se presenti con un solo quadro, fosse comunque possibile spenderne il nome.
Una mostra del genere punta in effetti a fare leva più sugli aspetti emotivi ispirati dalla singola opera e dal nome dell’artista, che sono tanti e validi, che non sull’approccio culturale e sulla conoscenza più approfondita dell’opera stessa.
La mostra sta attraendo un numero notevole di visitatori, ed ha il pregio di accostare all’arte molte migliaia di persone. Naturalmente questo aspetto porta ad un’evidente criticità, la torme di turisti con guida che ti travolgono a intervalli di tempo quasi regolari, come dei treni del metro, e osservano frettolosamente senza troppo soffermarsi nel loro percorso. Si può capire, le guide hanno fretta e devono produrre, un altro gruppo incalza alle spalle, quindi, chi si trova a visitare singolarmente le sale, deve spesso attendere il proprio turno e i momenti di risacca per potersi avvicinare alle opere.
L’obiezione di merito che avevo letto è proprio questa, la mercificazione o per meglio dire il marketing delle opere d’arte a chi giova? Ai fruitori o piuttosto alla sola organizzazione dell’evento e ai relativi potenti sponsor?
Io non so dare una risposta definitiva in merito, ma di certo non approvo il manicheismo di certi critici per cui l’opera d’arte è una sorta di totem a cui avvicinarsi con devozione solo dopo averla studiata insieme al contesto da cui è scaturita, per potere leggerne i contenuti meno sensoriali e più profondi che l’artista, secondo quei critici, ha avuto l’intenzione di rappresentare. In questo modo un’opera d’arte non uscirebbe mai dalla cerchia e dall’accademia dei colti e dei critici, ma forse è quello che certa casta culturale desidera, per non perdere la propria rendita di posizione e difendere la propria funzione di mediatore culturale.
Non sono convinto che il colpire emotivamente anche chi non possiede i mezzi culturali alla base della conoscenza dell’opera, sia causa di peccato mortale da cui guardarsi, anzi le emozioni possono anche produrre a posteriori desiderio di approfondimento e conoscenza.
Quindi un’operazione come questa, credo che sia da considerarsi benvenuta e benemerita, perché, al di là degli indiscutibili lauti guadagni che procura per le tasche di chi la propone, è da applaudire l’opportunità di avvicinare alle opere una buona fetta di pubblico che ha in queste occasioni così reclamizzate l’unica opportunità di contatto con la cultura artistica della quale altrimenti non avrebbe mai avuto modo di fruire, malgrado su quel tipo di fruizione si possono fare diversi distinguo.
Voto complessivo: 7,5

martedì 23 ottobre 2012

Le due oasi



 
Prima Oasi
L’avevo sempre sfiorata, nelle mie esplorazioni del territorio fatte sulle due ruote, ma non mi ero mai spinto all'interno. Domenica invece ho visitato l’Oasi delle Anse Vallive di Portomaggiore. Sono partito nonostante la nebbia, indossando una sgargiante maglia arancione, perché, anche se il percorso che avevo immaginato si dipanava tra argini e stradelli di campagna, è sempre meglio essere ben visibili ad auto e cacciatori.
Alla partenza pensavo che, come capita spesso in questa stagione, scaldandosi il terreno, la nebbia sarebbe risalita abbastanza alla svelta. Stavolta mi sbagliavo di brutto, e dopo pochi chilometri ero già inzuppato d’acqua. Un sottile velo di rugiada sotto forma di piccole goccioline si fissava sui peli delle braccia e dal casco colavano sul viso le gocce di condensa.
Ho raggiunto in poco più di mezz’ora l’ingresso dell’oasi. L’oasi è in qualche modo il prodotto della riconversione agricola attuata nel territorio, in cui la coltivazione intensiva della barbabietola da zucchero, che la faceva da padrona fino all’inizio degli anni ’80, è stata quasi completamente soppiantata da altre colture.
Effetto delle politiche agricole comunitarie, che hanno disincentivato la coltivazione della barbabietola a favore di altre regioni dell’Europa centrale. Gli stagni, che costituiscono il cuore dell’oasi, sono, infatti, le vecchie vasche di decantazione delle acque reflue dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito a centrale a biomasse.
Arrivato al museo e centro visite dell’Oasi, situato in corrispondenza dell’ingresso, la nebbia era ancora avvolgente e persistente nello stendere il suo fitto velo sulle acque e sulla vegetazione palustre.
Io ero il primo ed unico visitatore. Mi sono fermato a scambiare qualche parola col ragazzo che fa da guardiano e guida, e gli ho chiesto se era consentiito percorrere in bici gli argini tra gli stagni, senza timore di spaventare gli animali. Egli mi ha cordialmente permesso la sortita, facendomi però notare che, a causa dell’erba alta e bagnata dall’umidità, sarei potuto uscirne completamente fradicio. Ne ero consapevole e la piccola trasgressione mi divertiva, perciò mi sono inoltrato lungo i sentieri.
In un ambiente simile c'è voluto poco ad accendere la fantasia dell'avventura. Ritrovarsi da soli a pedalare lungo una sottile striscia di terra circondata dalle acque, in un luogo celato dalle nebbie, dove le sagome apparivano per lo più misteriose, erano gli ingredienti giusti per farlo. Il primo tratto di argine è un bel vialetto attorniato da tamerici, lungo cui sono collocate alcune piazzole di osservazione, ma da cui però è stato ben difficile scorgere qualcosa per via della nebbia. Anitre e altri uccelli di valle, anche nei tratti successivi più scoperti, si sentivano starnazzare in mezzo alle sagome dei canneti più che vedersi, solo quando qualche stormo si sollevava in volo tra grida e schiamazzi era possibile scorgere qualcosa.
I colori sbiaditi e ovattati conferivano all’ambiente che mi circondava un fascino particolare e appiccicoso, e mi sono ritrovato a pedalare col cellulare in mano per scattare delle foto. All’uscita, fradicio come aveva previsto il guardiano, ero molto soddisfatto del tour naturalistico e mi sono riproposto di tornare qui in estate in una giornata soleggiata, per meglio ammirare quelle forme che oggi ho potuto solo intravedere ed immaginare…


Seconda Oasi
Nel ritorno ho deciso di allungare un po’ il percorso, per riuscire a completare almeno una cinquantina di chilometri, e così mi sono spinto lungo una strada sterrata di bonifica, un lungo rettilineo di quasi otto chilometri, che prosegue fino quasi a Longastrino, all’altezza della Menata. Di qui ho deciso di raggiungere l’argine del Reno.
Nel frattempo il sole aveva finalmente preso il sopravvento e nel giro di pochi minuti l’unico ricordo rimasto della nebbia erano gli abiti bagnati che indossavo.
Nel tragitto di ritorno a Ponte Bastia, lungo la strada che affianca l’argine del Reno, si incontra una bella villa signorile, purtroppo diroccata, Villa Tamba, affiancata da una cappella. Ero passato altre volte di lì, senza mai prestare particolare attenzione all’agglomerato. Dalla strada ho notato però che il portoncino della chiesetta era aperto e, visto che la cosa mi appariva al contempo curiosa e strana, ho deciso di andare a dare un’occhiata.
Sulla facciata una lapide segnala che si tratta di una cappella dedicata a Sant’Anna, ristrutturata ed inaugurata nel 1993 dall’Arcivescovo di Ravenna. Ho posato la bici sul prato antistante, mi sono tolto il casco e sono entrato, camminando con circospezione per via delle scarpe bagnate e per il rispetto del luogo sacro.
Oltre l’ingresso ho avuto una sorpresa inattesa. Forse per via della modestia e della semplicità degli interni e degli arredi, o della lama di sole che, penetrando dalla porta d’ingresso, filtrava oltre la tenda rossa, illuminando il pavimento, o per il fatto di ritrovarmi da solo in quel luogo, o per l’insieme di tutte queste cose, fatto è che ho sentito la necessità fermarmi un po' e di trattenermi. Mi sono seduto e abbandonata la frenesia della sforzo fisico, ho attinto energie da quel luogo e mi sono lasciato contagiare dell’atmosfera di suggestione che su di me, in quel momento, quel luogo esercitava. Non c'erano dubbi, quella porta era aperta perchè io potessi entrare, tanto di lì per tutta la mattina non era passato quasi certamente nessuno.
Ho provato la sensazione di trovarmi in una seconda oasi, mentale anziché naturalistica stavolta, mi sono sentito preda di un entusiasmo mite e rilassato, lo stesso che avevo provato altre volte da viaggiatore, ma sempre in luoghi lontani da casa. Nuova e piacevole, considerando che da casa non ero distante più di otto o dieci chilometri. Mi sentivo come se mi trovassi in un luogo distante ma amico, un luogo di equilibrio e di pace, uno di quelli che io chiamo i luoghi del cuore, che non sono tanti in giro per il mondo, ma che conservo vivi dentro di me, perché al loro ricordo abbino un particolare stato di benessere. Ho vissuto alcuni attimi di profonda intimità e distacco, tanto che ripartendo, dopo poche centinaia di metri, mi sono accorto che qualcosa mancava, ho così rapidamente realizzato di avere lasciato casco e bandana su una panca della chiesa e mi sono visto costretto a tornare sui miei passi, o meglio sulle mie ruote, per recuperarli.
Alla fine mi sono trattenuto solo pochi minuti lì dentro, e all'uscita mi sono sentito come un viaggiatore che non ha pace, e che non appena ha trovato un posto in cui gli sembra di averla raggiunta, non può restare, ma deve ripartire, avendo altre mete da scoprire ed emozioni da incontrare.
Va bene, va bene, meglio tornare coi piedi sui pedali... anche se nei miei giri in bici, oltre che lungo le strade e i sentieri, viaggio con la fantasia, io non ero il viaggiatore di Saramago del suo “Viaggio in Portogallo”..; nel mio caso la tappa successiva era solo l’arrosto con patate che suggellava il pranzo della domenica…





















lunedì 3 settembre 2012

Un non istante

Ero seduto in terrazzo al crepuscolo e pensavo ad un momento della giornata, ad un singolare ed unico istante, quello in cui il giorno diventa notte e la luce si tuffa nel buio. Cercavo di identificarlo e di intercettarlo questo istante, ma nessuno ci può riuscire, perché è un istante che appartiene sia al giorno che alla notte, e allo stesso tempo a nessuno dei due, è non giorno e non notte, è l’istante più misterioso e carico di incognite, è l’istante del trapasso. Come per la vita...

venerdì 31 agosto 2012

Coincidenze

Se la sensazione che si prova, quando in un sogno si verifica una situazione che ci pare di avere già vissuto nella realtà, si definisce dejavù; come può definirsi un situazione realmente vissuta, che si trova descritta con precisione in un libro capitato tra le mani e mai letto prima?
Ieri mattina, camminando per strada, ho assistito ad una scena, che la sera stessa sorprendentemente ritrovo

narrata nell’ultimo libro di Erri De Luca, nello stesso modo in cui l’ho percepita ed elaborata, come ne fosse la sua descrizione fedele.
Un bimbetto minuto, di cinque o sei anni, camminava a fianco del padre, trotterellando e saltellando come fanno i ragazzini di quell’età, e gli gironzolava intorno, nel tentativo insistente ma vano di raggiungere con la propria mano quella del padre, per legarla e stringerla, e farsi condurre per mano, come è normale che sia. Il padre reagiva infastidito agli approcci, sottraeva con decisione la propria mano a quella del figlio, lo respingeva, intimandogli di smetterla e promettendogli un ceffone. E’ un episodio di pochi secondi, forse insignificante nel via via della città che si sta ripopolando, ma che mi ha fatto indugiare e girare per seguire la scena. Non so cosa fosse accaduto prima tra i due, se e quale malestro avesse combinato il ragazzino per irritare il padre, o se il padre, adirato per altri motivi, fosse semplicemente infastidito dall’insistenza del bambino, ma ho provato un senso di disagio e di delusione per trovarmi lì e anche un po’ di pena per quell’uomo, per la sua occasione perduta che, gli auguro, di non dovere mai rimpiangere.

sabato 28 luglio 2012

Benvenuti

Intanto io sono diventato doppiamente ZIO!!!!! Elisabetta e Alberto buona vita a voi!

domenica 24 giugno 2012

I Colori della Baviera (Bayern Colors)

Non solo verde...
Immagini di una vacanza in bici, pedalando con lentezza lungo la Romantische Strasse, attraverso dolci colline prealpine, fertili campagne e tranquilli villaggi rurali, seguendo il greto di numerosi fiumi fino al Danubio, visitando antiche città romane e borghi medioevali, chiese barocche e castelli romantici.