domenica 27 maggio 2012

Domenica...





Oggi potrei stare per ore a guardare un filo d’erba strappato, rigirandolo tra le dita, mentre intesso un dialogo impossibile con la sua linfa esangue.

sabato 26 maggio 2012

In bici tra tre province (62 km)

In bici tra tre provincie (62 km)
 Lavezzola – argine Reno - Argenta – argine vecchio Po’ di Primaro - Consandolo – Traghetto – Molinella – Sant’Antonio – Portonovo - argine Sillaro – Tarabina - Lavezzola  (62 km)

E’ una mattina un po’ svogliata e meteorologicamente incerta. Dopo una necessaria riflessione, all’insegna del parto o non parto, decido di scendere in garage e inforcare la bici per una nuova uscita alla scoperta di altre porzioni di territorio, un’altra tessera per arricchire il mio puzzle in costruzione. Direzione? Argine del Reno verso Argenta e quindi lungo il bel viottolo di sommità sull’argine del vecchio Po’ di Primaro. Si tratta di un piacevole tracciato di diversi chilometri per la maggior parte alberati. Quando il tratto sterrato termina ed inizia l’asfalto, proseguo in direzione di Traghetto e oltrepasso il Reno sul bel ponte in ferro ciclabile, ritrovandomi così nella provincia di Bologna e nel Comune di Molinella Questo ponte l’avevo visto parecchie volte passando in auto nella strada sotto l’argine del Reno, ma è la prima volta che mi trovo da queste parti in bicicletta e così è la prima volta che ho l’opportunità di transitarlo. Così stretto, fa un po’ impressione a me che soffro di vertigini, e cerco di percorrerlo senza neppure volgere uno sguardo verso il basso al fiume sottostante. Il tempo è sempre più incerto, non ho la mantellina parapioggia e mi chiedo se non sia il caso di riprendere la strada verso casa. Mi guardo intorno, in direzione delle colline sembra intravedersi la pioggia, ma qui in pianura le nuvole sembrano meno nere. La voglia di continuare e la curiosità sono tante, perciò decido di scommettere che non pioverà, proseguendo imperterrito verso Molinella. Raggiunto il centro della cittadina, eccomi davanti ad un’affollata pasticceria, sulla quale campeggia un bel bandierone bianconero… Sarà il compiacimento per vedere quella bandiera esposta in pieno territorio bolognese, sarà il brulichio di persone, fatto sta che trovo l’ispirazione per fare una sosta. Sono già le dieci di mattina, ma molta gente sta ancora ordinando la colazione.
Con il mio abbigliamento da ciclista che mi qualifica automaticamente come forestiero, ho la sensazione di essere un po’ osservato, seduto a quel tavolino fuori dal locale. La sensazione non mi dispiace, so che mi ci devo abituare, perché penso che la proverò molte altre volte quando, tra poche settimane, mi ritroverò da ciclista a sorbirmi una birra in qualche recondito paesino della Baviera. Mi piace trattenermi ancora un po’ lì seduto e, mentre mangio un panino, soffermarmi ad osservare quello che fa la gente. Gli avventori sembrano sereni, i ritmi tranquilli del sabato di riposo inducono al buon umore e alle chiacchiere, sembra si conoscano un po’ tutti, si scambiano sorrisi e cenni di saluto, quattro signore di mezz’età sedute al tavolino di fianco al mio parlano del recente terremoto, una giovane coppia con un bambinetto si sorbisce il cappuccino, due vecchietti commentano il giornale sportivo, il pasticcere uscito dal suo laboratorio si intrattiene con una signora anziana. L’uomo sorride, chissà cosa le sta raccontando la vecchietta, sono troppo distante per capire, ma la scenetta trasmette anche a me un moto di buon umore. Bisogna ripartire, risalendo in bici decido di procedere in direzione Sant’Antonio, ma dopo pochi chilometri nella campagna la mia attenzione è richiamata da un cartello segnaletico che indica un’azienda faunistico venatoria. Decido di infilarmi per la deviazione, la stradina si inoltra tortuosa in questo verde angolo di campagna bolognese, le curve connotano il paesaggio, lo abbelliscono anche, in lontananza avverto alcuni spari, là in fondo la strada sembra perdersi in una fitta vegetazione. Adesso scorgo distintamente le sagome dei cacciatori e dei cani che scorazzano per le campagne. Una lunga serie di moniti e di minacce a proseguire, abbinata ai rumori degli spari, mi pare molto convincente, così mi dissuado dal proseguire e mi fermo, anche per non correre il rischio di finire impallinato come una fagiano. Forse ho un po’ di pregiudizio, io sono di tradizione ed estrazione contadina, nessuno in famiglia che io ricordi è mai stato un cacciatore, anzi, i cacciatori non sono mai stati visti di buon occhio dai miei vecchi. Da bambino sentivo raccontare con dispetto che, in virtù di non so quale legge, che ignoro se sia tuttora vigente, i cacciatori potevano percorrere liberamente i terreni coltivati, senza chiedere alcun permesso ai proprietari, arrecando anche danno ai raccolti imminenti. Per questo sono un po’ prevenuto verso di loro, temo sempre che, presi dalla foga di sparare, prima premano il grilletto e poi semmai pensino su quale sagoma in movimento abbiano puntato l’arma prima di premerlo…
Ritorno sui miei passi, o meglio sulle mie ruote e riprendo la strada principale. La strada ora fiancheggia alcuni bei pioppeti, le sagome eleganti e slanciate degli alberi, allineati e coperti, assomigliano ad una battaglione di corazzieri schierato in pompa magna. Superato Sant’Antonio, mi dirigo verso Portonovo, raggiungendo l’argine del Sillaro. Sono stanco di asfalto, preferisco variare il percorso ed addentrarmi in zone più tranquille, dove non si senta il rumore delle pur poche vetture che transitano e dove ad ogni curva dell’argine ci si possa sorprendere del paesaggio che comparirà al di là. Mi dirigo perciò lungo la cavedagna ai piedi dell’argine sinistro. Si tratta di un viottolo accidentato, utilizzato dalle macchine agricole per la lavorazione dei terreni, che già percorsi qualche tempo fa, dopo la nevicata dell’inverno scorso. Ricordo che allora era cosparso da chiazze di neve ancora non disciolta e che in alcuni tratti in ombra era inevitabile finire nel bel mezzo della neve, quasi pattinando con la bici. Nonostante la neve, il terreno indurito e semighiacciato, risultava agevolmente percorribile. Oggi è primavera, il sentiero è un’altra cosa, non tanto per le erbacce che di questa stagione crescono con una velocità supersonica, ma soprattutto per via del soffice letto di erba già falciata e non raccolta che rinsecchita e marcita, giace e ricopre la carreggiata. La ruote slittano e affondano e, senza timore di esagerare, posso dire che la sensazione è la stessa che si prova pedalando sulla sabbia. Sono solo pochi chilometri di un tale terreno, ma devo spingere parecchio, utilizzando un rapporto molto agile, devo anche mantenere una velocità abbastanza sostenuta, per riuscire a non piantarmi. Ad un certo punto preferisco abbandonare il sentiero, e passare direttamente nei solchi dei trattori all’interno del terreno seminato a mais. Se lo fanno i cacciatori, posso farlo anch’io, così per una volta mi ritrovo dalla loro parte…
Le piantine sono ancora in giovane età e non ostacolano l’andatura, anch’io non posso produrre danni irreparabili al mio passaggio, meglio qualche vibrazione in più sul terreno accidentato ma duro, che non la fatica da fare per avanzare sul terreno soffice del viottolo. Giunto finalmente al ponte del Sillaro, proseguo in direzione Spazzate Sassatelli e poi taglio a sinistra per una delle tante possibili scorciatoie. Passo a fianco di un campo volo, dove due deltaplanisti stanno armeggiando attorno al loro veicolo a motore. Queste stradine bianche che fendono perpendicolarmente la campagna le ho già percorse diverse volte nelle mie scorribande solitarie, perciò le conosco ormai bene, e sebbene si incontrino parecchi incroci tra i viottoli di confine degli appezzamenti di terreno, so dirigermi con sicurezza dapprima verso l’azienda faunistica venatoria Massari e quindi verso la Tarabina. Ormai è mezzogiorno, la scommessa è vinta, nessuna pioggia mi ha sorpreso, anzi un pallido sole torna a riproporsi tra le nuvole, che magnanime mi hanno risparmiato da una possibile bagnata. Gli ultimi chilometri che mi separano da Lavezzola li percorro di gran carriera, sobbalzando con la bici sulle gibbosità del terreno. Quando arrivo nella piazza del paese i rintocchi del campanile mi dicono che è esattamente mezzogiorno. Anche questa è fatta, un nuovo tracciato sotto le mie ruote è completato, ho esplorato un altro pezzo di quel territorio che amo frequentare e percorrere in questa primavera climaticamente instabile, e che riesce ogni volta a sorprendermi con la scoperta delle sue piccole grandi sorprese.

martedì 8 maggio 2012

Sono 30!




Un piacere intenso, intimo e sincero, antico e violento, struggente e sensuale, un’emozione che ingrossa le vene, inumidisce gli occhi e percorre i tendini: la Juve…
La Juve è casa mia, sono gli amici del bar e gli sconosciuti che abbraccio allo stadio, sono io ora, io bambino con le mie figurine, io ragazzo con il mio orgoglio, io uomo che grazie alla Juve rivive entusiasmi e fierezze giovanili, io vecchio che si aggrappa con le unghie ad un sogno, a una storia e a un intimo ideale. Il sogno che si protrae, la Juve e la sua leggenda, il suo nome che evoca gioventù, la sua eleganza e il suo stile, perciò le scrivo parole appassionate, parole di cui sono fiero e che domani troverò ridicole o mielose, e proprio per questo devo affrettarmi a scriverle, perchè voglio appuntarle. Io amo il calcio, perciò sono juventino: con orgoglio, tanto da compatire chi vede in quegli undici ragazzi con le maglie bianconere, che si stanno abbracciando su un prato verde, solo altrettanti miliardari viziati e non i miei campioni. Che siano viziati e esageratamente osannati non conta niente, non per me, non per ora almeno, perché non sposta di una virgola quello che provo, non lo sminuisce, né lo scalfisce, ora io sono fanciullo, in tutto e per tutto, non me ne vergogno, anzi provo piacere che mi riesca di esserlo e per un fanciullo non conta la razionalità, non esiste proprio, e non mi frega un cazzo se vi appaio ridicolo, stasera sono nudo con le mie emozioni, e quelli là sono i miei eroi, sono quelli che hanno rialzato la mia bandiera, non sono manichini pagati a suon di milioni, ce ne sono tanti di manichini, ma indossano tutti altre maglie, a strisce con del rosso o dell’azzurro, o a tinta unita, quelli che indossano la maglia bianconera non lo saranno mai, sono i miei ragazzi, perchè danno sul campo ciò che vorrei dare io per quella maglia, un simbolo che attraversa i sogni con cui sono cresciuto e in cui mi identifico, e ora mi godo il sapore che ho in bocca, un sapore dolce che mi gusto alla faccia degli altri… di tutti quelli che non possono gioire perchè preferiscono le squadre di manichini o perchè non riescono ad abbandonare il loro pudore, rifiutandosi di ritornare a sognare come quella volta in cui erano ragazzi...

 20120506-232511.jpg

sabato 5 maggio 2012

Monte Paolo (49 km)

Monte Paolo (49 km)

Ci ritroviamo in 5 per la tradizionale uscita del sabato mattina, destinazione Monte Paolo, sulle colline tra Faenza e Dovadola. Trasferimento in auto fino alla torrefazione Mokador di Faenza e partenza con condizione meteorologiche caratterizzate da cielo nuvoloso e vento di libeccio moderato. Sullo sfondo le colline oltre Faenza appaiono illuminate dal sole e perciò riteniamo di potere scampare il pericolo della pioggia. Raggiunta in breve Faenza ci dirigiamo verso Santa Lucia, le nuvole, come previsto, sembrano ora meno minacciose e cedono sempre più spesso la scena al sole, la temperatura è ideale, il vento seppure trasversale al nostro senso di marcia non appare particolarmente arrabbiato. Superata la borgata di Santa Lucia, proseguiamo lungo la via Samoggia, che costeggia il torrente omonimo, affluente del Lamone, mentre la strada prende leggermente a salire. Piacevole pedalare nella campagna in piena esuberanza primaverile, sullo sfondo delle dolci colline faentine, tra i filari di kiwi e di viti ed il verde dei campi di grano costellati qua e là dalle macchie rosse dei rosolacci.
In fondo a via Samoggia inizia via Monte Paolo, quando siamo ancora a soli 100 m di altitudine.
La strada stretta ma asfaltata continua a fiancheggiare il torrente Samoggia. A circa 180 m. di altitudine si trova verso sinistra il bivio con l’indicazione per l’eremo di Monte Paolo, ma decidiamo di proseguire dritto, riservandoci la via indicata dalla segnaletica per il ritorno.
Inizia un lungo tratto sterrato su una stradina tortuosa e sassosa che si dipana lungo una stretta vallata in ombra, mentre alcuni stagni fanno da cornice alla nostra andatura ai lati della strada. La salita si fa più tosta ed impegnativa tra falsopiani e strappetti che mettono a dura prova il mio fiato di ciclista del finesettimana. In corrispondenza di un soleggiato e ripido tornante dalla balaustra che delimita il ciglio si gode un altro splendido panorama sulla vallata da cui siamo saliti. Un attimo di sosta, poi si prosegue per circa un altro chilometro con salita meno impegnativa fino a sbucare sulla strada asfaltata di via Monte Paolo che da Dovadola sale verso l’eremo. La strada è ora un falsopiano che in meno di 2 km porta alla chiesa di San Paolo situata ad un’altitudine di 425 m. Alcune notizie biografiche dicono che l’eremo di Monte Paolo sia il più importante santuario antoniano dell’Emilia-Romagna, per la memoria che si conserva di S.Antonio di Padova che qui ebbe la sua prima residenza italiana tra il 1221 e il 1222 prima di trasferirsi nella città veneta.
Nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Antonio una provvidenziale fontanella offre ristoro a noi e ad altri biker che hanno raggiunto il nostro stesso traguardo.
Dopo una breve sosta affrontiamo la discesa piuttosto ripida, lungo un acciottolato abbastanza infido, caratterizzato da una sequenze di curve e controcurve. Io sono l’unico a non avere una vera mountain bike ma una bici ibrida, per di più con uno pneumatico posteriore un po’ logoro, perciò affronto la discesa con molta circospezione, cercando di controllare le frequenti scodate della ruota posteriore, mentre alcuni amici più temerari mi precedono, scendendo più veloci di me.
Ritornati su via Samoggia, proseguiamo sullo stesso percorso dell’andata, fino all’incrocio di Via Croce, dove affrontiamo una variante al percorso più diretto, percorrendo una ripida salita di 1 km, che dagli iniziali 100 m di quota ci porta a 200 in circa 1 km. Lo strappo è veramente molto duro e mi mette a dura prova, arrivo in cima, all’incrocio con Via Montefortino, con un discreto fiatone. In questo punto, complice anche la necessità di recuperare un po’ di fiato, ci soffermiamo ad ammirare il paesaggio.
La visione è magnifica, il sapore acre della fatica viene mitigato dallo spettacolare panorama che si gode da questo lembo di collina faentina, e lo sguardo si perde sulle vallate contrapposte, scorgendo da un lato il profilo della città manfreda e dall’altro la pianura che si estende fino al mare.
Proseguiamo lungo la veloce discesa, ora sull’asfalto mi sento più sicuro, e anch’io mi lancio in posizione aerodinamica, godendomi l’ebbrezza della velocità.
Ormai la pedalata potrebbe volgere al termine, ma non siamo ancora del tutto sazi, una brillante idea lanciata da uno di noi viene raccolta al volo dagli altri, su una stradina a sinistra, superata l’indicazione per il ristorante di San Biagio Vecchio, si trova l’indicazione per la cantina Spinetta. Quale migliore occasione per rallegrare la gola, e non solo, con un buon calice di vino rosso prima di ritornare alle auto? Detto fatto. La padrona di casa ci suggerisce una bottiglia di sangiovese barricato, che in cinque prosciughiamo in un minuto. Dopo esserci intrattenuti brevemente con la gentile ospite che ci parla dei propri vini e delle iniziative della cantina in programma, ripartiamo con una buona dose di allegria. Ora che la spinta propulsiva del vino si fa sentire, rapidamente raggiungiamo Faenza e poi il parcheggio delle auto, sospinti anche alle spalle da un vento favorevole, che nel frattempo è andato aumentando d’intensità.
Bella giornata sui pedali, 49 km, un po’ meno del solito, ma con un’inconsueta divagazione finale in cantina, che ci ripromettiamo di ripetere presto…trasformando magari questo tipo di sosta in un appuntamento abituale per i nostri raid ciclistici sulle colline faentine…