sabato 26 maggio 2012

In bici tra tre province (62 km)

In bici tra tre provincie (62 km)
 Lavezzola – argine Reno - Argenta – argine vecchio Po’ di Primaro - Consandolo – Traghetto – Molinella – Sant’Antonio – Portonovo - argine Sillaro – Tarabina - Lavezzola  (62 km)

E’ una mattina un po’ svogliata e meteorologicamente incerta. Dopo una necessaria riflessione, all’insegna del parto o non parto, decido di scendere in garage e inforcare la bici per una nuova uscita alla scoperta di altre porzioni di territorio, un’altra tessera per arricchire il mio puzzle in costruzione. Direzione? Argine del Reno verso Argenta e quindi lungo il bel viottolo di sommità sull’argine del vecchio Po’ di Primaro. Si tratta di un piacevole tracciato di diversi chilometri per la maggior parte alberati. Quando il tratto sterrato termina ed inizia l’asfalto, proseguo in direzione di Traghetto e oltrepasso il Reno sul bel ponte in ferro ciclabile, ritrovandomi così nella provincia di Bologna e nel Comune di Molinella Questo ponte l’avevo visto parecchie volte passando in auto nella strada sotto l’argine del Reno, ma è la prima volta che mi trovo da queste parti in bicicletta e così è la prima volta che ho l’opportunità di transitarlo. Così stretto, fa un po’ impressione a me che soffro di vertigini, e cerco di percorrerlo senza neppure volgere uno sguardo verso il basso al fiume sottostante. Il tempo è sempre più incerto, non ho la mantellina parapioggia e mi chiedo se non sia il caso di riprendere la strada verso casa. Mi guardo intorno, in direzione delle colline sembra intravedersi la pioggia, ma qui in pianura le nuvole sembrano meno nere. La voglia di continuare e la curiosità sono tante, perciò decido di scommettere che non pioverà, proseguendo imperterrito verso Molinella. Raggiunto il centro della cittadina, eccomi davanti ad un’affollata pasticceria, sulla quale campeggia un bel bandierone bianconero… Sarà il compiacimento per vedere quella bandiera esposta in pieno territorio bolognese, sarà il brulichio di persone, fatto sta che trovo l’ispirazione per fare una sosta. Sono già le dieci di mattina, ma molta gente sta ancora ordinando la colazione.
Con il mio abbigliamento da ciclista che mi qualifica automaticamente come forestiero, ho la sensazione di essere un po’ osservato, seduto a quel tavolino fuori dal locale. La sensazione non mi dispiace, so che mi ci devo abituare, perché penso che la proverò molte altre volte quando, tra poche settimane, mi ritroverò da ciclista a sorbirmi una birra in qualche recondito paesino della Baviera. Mi piace trattenermi ancora un po’ lì seduto e, mentre mangio un panino, soffermarmi ad osservare quello che fa la gente. Gli avventori sembrano sereni, i ritmi tranquilli del sabato di riposo inducono al buon umore e alle chiacchiere, sembra si conoscano un po’ tutti, si scambiano sorrisi e cenni di saluto, quattro signore di mezz’età sedute al tavolino di fianco al mio parlano del recente terremoto, una giovane coppia con un bambinetto si sorbisce il cappuccino, due vecchietti commentano il giornale sportivo, il pasticcere uscito dal suo laboratorio si intrattiene con una signora anziana. L’uomo sorride, chissà cosa le sta raccontando la vecchietta, sono troppo distante per capire, ma la scenetta trasmette anche a me un moto di buon umore. Bisogna ripartire, risalendo in bici decido di procedere in direzione Sant’Antonio, ma dopo pochi chilometri nella campagna la mia attenzione è richiamata da un cartello segnaletico che indica un’azienda faunistico venatoria. Decido di infilarmi per la deviazione, la stradina si inoltra tortuosa in questo verde angolo di campagna bolognese, le curve connotano il paesaggio, lo abbelliscono anche, in lontananza avverto alcuni spari, là in fondo la strada sembra perdersi in una fitta vegetazione. Adesso scorgo distintamente le sagome dei cacciatori e dei cani che scorazzano per le campagne. Una lunga serie di moniti e di minacce a proseguire, abbinata ai rumori degli spari, mi pare molto convincente, così mi dissuado dal proseguire e mi fermo, anche per non correre il rischio di finire impallinato come una fagiano. Forse ho un po’ di pregiudizio, io sono di tradizione ed estrazione contadina, nessuno in famiglia che io ricordi è mai stato un cacciatore, anzi, i cacciatori non sono mai stati visti di buon occhio dai miei vecchi. Da bambino sentivo raccontare con dispetto che, in virtù di non so quale legge, che ignoro se sia tuttora vigente, i cacciatori potevano percorrere liberamente i terreni coltivati, senza chiedere alcun permesso ai proprietari, arrecando anche danno ai raccolti imminenti. Per questo sono un po’ prevenuto verso di loro, temo sempre che, presi dalla foga di sparare, prima premano il grilletto e poi semmai pensino su quale sagoma in movimento abbiano puntato l’arma prima di premerlo…
Ritorno sui miei passi, o meglio sulle mie ruote e riprendo la strada principale. La strada ora fiancheggia alcuni bei pioppeti, le sagome eleganti e slanciate degli alberi, allineati e coperti, assomigliano ad una battaglione di corazzieri schierato in pompa magna. Superato Sant’Antonio, mi dirigo verso Portonovo, raggiungendo l’argine del Sillaro. Sono stanco di asfalto, preferisco variare il percorso ed addentrarmi in zone più tranquille, dove non si senta il rumore delle pur poche vetture che transitano e dove ad ogni curva dell’argine ci si possa sorprendere del paesaggio che comparirà al di là. Mi dirigo perciò lungo la cavedagna ai piedi dell’argine sinistro. Si tratta di un viottolo accidentato, utilizzato dalle macchine agricole per la lavorazione dei terreni, che già percorsi qualche tempo fa, dopo la nevicata dell’inverno scorso. Ricordo che allora era cosparso da chiazze di neve ancora non disciolta e che in alcuni tratti in ombra era inevitabile finire nel bel mezzo della neve, quasi pattinando con la bici. Nonostante la neve, il terreno indurito e semighiacciato, risultava agevolmente percorribile. Oggi è primavera, il sentiero è un’altra cosa, non tanto per le erbacce che di questa stagione crescono con una velocità supersonica, ma soprattutto per via del soffice letto di erba già falciata e non raccolta che rinsecchita e marcita, giace e ricopre la carreggiata. La ruote slittano e affondano e, senza timore di esagerare, posso dire che la sensazione è la stessa che si prova pedalando sulla sabbia. Sono solo pochi chilometri di un tale terreno, ma devo spingere parecchio, utilizzando un rapporto molto agile, devo anche mantenere una velocità abbastanza sostenuta, per riuscire a non piantarmi. Ad un certo punto preferisco abbandonare il sentiero, e passare direttamente nei solchi dei trattori all’interno del terreno seminato a mais. Se lo fanno i cacciatori, posso farlo anch’io, così per una volta mi ritrovo dalla loro parte…
Le piantine sono ancora in giovane età e non ostacolano l’andatura, anch’io non posso produrre danni irreparabili al mio passaggio, meglio qualche vibrazione in più sul terreno accidentato ma duro, che non la fatica da fare per avanzare sul terreno soffice del viottolo. Giunto finalmente al ponte del Sillaro, proseguo in direzione Spazzate Sassatelli e poi taglio a sinistra per una delle tante possibili scorciatoie. Passo a fianco di un campo volo, dove due deltaplanisti stanno armeggiando attorno al loro veicolo a motore. Queste stradine bianche che fendono perpendicolarmente la campagna le ho già percorse diverse volte nelle mie scorribande solitarie, perciò le conosco ormai bene, e sebbene si incontrino parecchi incroci tra i viottoli di confine degli appezzamenti di terreno, so dirigermi con sicurezza dapprima verso l’azienda faunistica venatoria Massari e quindi verso la Tarabina. Ormai è mezzogiorno, la scommessa è vinta, nessuna pioggia mi ha sorpreso, anzi un pallido sole torna a riproporsi tra le nuvole, che magnanime mi hanno risparmiato da una possibile bagnata. Gli ultimi chilometri che mi separano da Lavezzola li percorro di gran carriera, sobbalzando con la bici sulle gibbosità del terreno. Quando arrivo nella piazza del paese i rintocchi del campanile mi dicono che è esattamente mezzogiorno. Anche questa è fatta, un nuovo tracciato sotto le mie ruote è completato, ho esplorato un altro pezzo di quel territorio che amo frequentare e percorrere in questa primavera climaticamente instabile, e che riesce ogni volta a sorprendermi con la scoperta delle sue piccole grandi sorprese.

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