Domenica 18 Marzo
Percorso di 78 km: Lavezzola - Ponte Bastia – Argenta - Bando -
Anse Vallive di Portomaggiore - Ostellato - Vallette di Ostellato - Valle del
Mezzano - Valli di Comacchio - Valli Salse - Filo - Ponte Bastia – Lavezzola
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| Il tracciato GPS: 78 km |
Come
accade ormai regolarmente nei miei domenicali raid ciclistico-naturalistici,
anche stavolta decido di partire senza avere in testa una meta, fedele
al motto: “intanto si parte e poi si vedrà…” Mi ritrovo così a fare le prime
pedalate lungo l’argine del Reno in direzione di Argenta. La mattinata è umida,
una nebbiolina leggera avvolge le fronde degli alberi e nasconde alla vista il
letto del fiume, ma potrei scommettere che in capo a mezz’ora la nebbia prima di diraderà e poi si dissolverà completamente, non appena l’aria inizierà a
scaldarsi.
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| Nebbia sull'argine del Reno |
Nel
frattempo realizzo dove mi piacerebbe andare e decido di dirigere il manubrio
in direzione di Ostellato, passando per una zona umida, che sfiorai lo scorso
anno durante un’altra mia escursione, e che oggi potrei finalmente vedere.
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| Lungo la strada tra Argenta e Bando |
Da
Argenta mi dirigo verso Bando, e da qui seguo l’indicazione per l’Oasi delle
Anse Vallive di Portomaggiore. Si tratta di un bellissimo territorio ai margini
della bonifica del Mezzano, costellato di canali e stagni, che rappresenta
un’importante zona di sosta e nidificazione per numerose specie di uccelli.
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| La strada nell'Oasi delle Anse Vallive di Portomaggiore |
| Contrasti di acqua, terra e ciminiere |
La
strada si dispiega morbida e piacevole lungo le anse del canale, fiancheggiata
da schiere di tamerici ancora in letargo, ma nell’imminenza di rinverdire le
loro chiome, ed offre mirabili scorci di questo tratto di campagna ferrarese, resi
ancora più suggestivi dalla contrastante presenza sullo sfondo
dell’insediamento industriale dell’ex zuccherificio di Bando, ora riconvertito
a centrale elettrica a biomasse.
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| I tamerici lungo il margine stradale |
Attraversata
l’oasi, ci si immette nei lunghi rettilinei asfaltati, che fendono le terre di
bonifica e le tagliano in appezzamenti regolari come i riquadri di un’enorme
scacchiera, fino ad arrivare ad Ostellato. La mattinata ormai è serena e il
leggero refolo di vento dal mare non disturba più di tanto l’andatura. Dopo
una veloce colazione ad un bar, devo decidere se proseguire verso Comacchio o
se riprendere la via di casa, magari con una variante all’itinerario per non
ripetere il medesimo percorso dell’andata. Una rapida scorsa alle mappe del GPS e la decisione di continuare in direzione Comacchio, che dista ancora una
ventina di km. Non mi va di proseguire lungo la provinciale, vorrei evitare le
auto dei gitanti diretti al mare, e cerco perciò un percorso alternativo tra i
canali. Mi ritrovo così nel territorio delle Vallette di Ostellato, un'altra oasi naturalistica che non
conoscevo. Lungo il tratto del canale Valle Lepri, che attraversa l’oasi, è in
corso una frequentatissima gara di pesca, con centinaia di pescatori disposti ordinatamente
nelle rispettive piazzole lungo la sponda sinistra del canale per almeno tre
chilometri.
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| Pescatori in competizione |
All’interno dell’oasi sono presenti anche alcuni discutibili
recinti con daini, cervi e cinghiali e delle sculture all’aria aperta di dubbio
gusto.
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| Cinghiali e cervi |
La strada termina in corrispondenza di un ponticello in legno, che
segnala la possibilità di accesso solo ai pedoni e alle bici. Io decido di
proseguire sul sentiero e inoltrarmi più in profondità nella sottile lingua di
terra tra i due canali di Valle Lepri a sinistra e Ferrara - Porto Garibaldi a
destra. Ho lasciato alle spalle ogni altra presenza umana, adesso sono da solo a
percorrere questo sottile istmo di terra e mi godo pienamente la situazione. Mi
ritrovo a pedalare ed a pensare, in un giusto cocktail di attività fisica e
mentale, che mi procura una sensazione di benessere. Il sentiero dopo qualche
chilometro è sbarrato da un cancello, non c’è nessuna segnaletica, né un
divieto, né una minaccia. In teoria un cancello chiuso è già di per sé un’indicazione
a girare la bici e a tornarsene per lo stesso sentiero da cui si è arrivati, ma,
guardando meglio, noto che il cancello non è propriamente chiuso, è solo
accostato, e questo particolare si trasforma in un’istigazione ad oltrepassarlo.
Dall’altra parte il sentiero segnato termina presto, lasciando il posto ad un terreno
golenale, caratterizzato da un durissimo fondo di argilla, depositata sulla
riva in seguito ai lavori di dragaggio del canale.
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| La riva argillosa del canale |
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| Le crepe nel suolo impediscono di salire in bici |
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| Un fondo impraticabile per diversi chilometri |
Se fosse piovuto sarebbe
impossibile proseguire, ma anche col secco sono costretto a scendere e a procedere
a piedi con la bicicletta a mano. Impossibile proseguire in bici ed anche
pericoloso, perchè il terreno è solcato da una fitta ragnatela di crepe profonde,
nelle quali entrerebbe un’intera ruota. Dal terreno argilloso emergono delle conchiglie
di dimensioni gigantesche, non ne avevo mai visto di così grandi nelle nostre acque, ma
soltanto negli oceani. Mi chiedo se non sia stato condotto qualche esperimento
genetico in questi canali...
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| Conchiglie gigantesche |
Vado
comunque avanti con circospezione e zigzagando, stando attento a non infilare i
piedi nelle crepe del terreno. Dopo un po’ di camminata su questo terreno
accidentato, tento di risalire sull’argine, che è ricoperto di rovi e arbusti e
non presenta più alcuna traccia di sentiero. Col timore di forare la bici, non
mi resta che proseguire a piedi, trascinandomi la bicicletta. Sull’altra riva
del canale ci deve essere una strada perché ogni tanto compare una macchina di
pescatori. C’è poco da fare, consulto il GPS, per diversi chilometri ancora la
mappa non riporta nessun sentiero, né alcun ponte per attraversare il canale e
raggiungere la sponda opposta. Stanco di avanzare a piedi, rischiando ad ogni
passo una distorsione su quel terreno arido e pieno di crepe, decido di
ritentare sull’argine, e se forerò pazienza, tanto ho il pneumatico di scorta.
Ora riesco a pedalare ed avanzo più rapidamente, mentre il terreno a fianco continua
ad essere impraticabile. Arrivo dopo un quarto d’ora ad un nuovo sbarramento.
Il cancello stavolta è chiuso, ma fortunatamente è formato da diagonali di tubi
innocenti e riesco a farci passare in mezzo prima la bici e poi me stesso.
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| La mia bici |
| Infestato dai frutti di bardana |
Dall’altra
parte mi accorgo di avere impigliati nei vestiti decine e decine di frutti di bardana, una pianta selvatica che
cresce copiosa lungo gli argini e nelle campagne, chiamata in gergo popolare, “erba
tignosa”, i cui frutti sono come dei ricci dotati di una fitta corona di
aculei appuntiti, che si attaccano ai tessuti ed ai
peli degli animali e forano la pelle. Mi serve un po’ di tempo per ripulirmi prima di ripartire. Finalmente
ricomincia un simulacro di sentiero, la lingua di terra si allarga e diviene
una vera e propria palude, tra stagni e canali.
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| La lingua di terra si allarga e diviene una vera e propria palude |
Proseguendo, resto sorpreso dall'incontro con una mandria di cavalli bianchi al pascolo, simili a quelli che si trovano nella Camargue. Probabilmente
vengono allevati per le cavalcate estive dei turisti che popolano i lidi.
| Un puledrino di cavallo Camargue |
Vicino agli stagni osservo centinaia di uccelli selvaggi che vivono e
prolificano attorno agli specchi d’acqua. I fagiani si involano al mio
passaggio schiamazzando, nelle acque e lungo i bordi si notano aironi bianchi e
cinerini, folaghe, germani reali e altre specie di volatili che non so
identificare, in un concerto di strilli e canti. Pare uno sorta di protesta o
di allarme generale diramato dall’intera popolazione aviaria per il mio passaggio. Sono
cosciente di avere raggiunto un vero paradiso naturalistico, un po’ per caso e
un po’ per forza, e sono soddisfatto di essere in questo piccolo e recondito Eden
della bassa, che in pochi forse hanno modo di visitare. Avverto però anche un vago di senso
di colpa per trovarmi in quel luogo, dove forse non dovrei essere, mi
dispiacerebbe se la mia presenza potesse essere dannosa per la cova o per le nidiate di piccoli,
quindi non indugio più di tanto e proseguo.
Dal
GPS vedo che alle Valli di Comacchio non dovrebbe ormai mancare molto, il
sentiero si inoltra adesso in un meraviglioso boschetto, ma quando penso che il più
sia fatto e di avere ormai superato tutti gli ostacoli di questa avventurosa
pedalata, eccomi di fronte ad un nuovo cancello altissimo, stavolta chiuso con
lucchetto e circondato da una recinzione alta almeno due metri e mezzo. Mi
rendo perfettamente conto, a questo punto, di essere penetrato in un’area non consentita,
una proprietà privata o una riserva; sono dispiaciuto di averlo fatto, ma
adesso il problema è riuscire a superare quest’ulteriore ostacolo, ed andarmene
da lì senza dover ripercorrere a ritroso circa 12 km così ostici, per ritornare
alle Vallette di Ostellato. Se qualcuno mi dovesse vedere, rischio qualcosa per
essere penetrato in quell'area? Sono stato spinto solo da curiosità e da spirito
d’avventura, può essere una colpa o peggio un reato questo? Le mie armi in
fondo sono solo il GPS Garmin e la videocamera, che tra l’altro improvvidamente
non ho alimentato con la batteria di scorta, e che da un po’ è quasi scarica.
Scavalcare
un cancello vero, per giunta così alto e senza appigli di sorta è quasi impossibile.
Potrei anche sollevare e fare cadere la bici dall’altra parte, ma avrei
difficoltà a passare io. Decido di esplorare la recinzione intorno al cancello
nella speranza di trovare un pertugio. Provo prima da un lato, il terreno è
cosparso di rovi, tento di attraversare a piedi il groviglio con la bicicletta
in spalla, ma la rete per un centinaio di metri appare solida e senza punti
deboli. Tento allora dalla parte opposta. Qui c’è un fosso e noto che in
corrispondenza del fondo del fosso la rete non è perfettamente aderente al
terreno, ma si solleva di circa una ventina di centimetri. Ecco, quello è il
punto su cui lavorare. A mani nude inizio a rimuovere il fogliame e il terriccio, che per fortuna è morbido, e così riesco a creare tra fosso e rete un pertugio
sufficiente per spingere la bici al di là, e quindi, infilando prima la testa e strisciando col corpo,
anch’io riesco a trascinarmi sotto la rete ed a passare dall’altra parte.
| Il buco scavato sotto la rete |
Finalmente ce l’ho fatta, anche se qualche dito sanguina e ho la coscia e la
gamba destra graffiate dai rovi.
Sono
da solo e ho tempo per pensare, la fuga sotto la rete mi fa venire in mente due
film che parlano di fuga verso la libertà, film molto diversi tra loro, ma che
ricordo entrambi con piacere: “Fuga da Alcatraz” e “The rabbit proof fence”. Mi
ritrovo spesso a volare con la fantasia e ad immaginare degli scenari epici, dei
riferimenti lontani, confrontando la mia modesta avventura con quelle
narrazioni. Per dirimere
il dubbio di avere un po’ esagerato stavolta, mi dico che, se anche fossi restato
imprigionato per diverse ore lì dentro, non mi sarebbe andata neppure tanto
male, vista la magia del posto...
Da
questa parte del cancello non c’è più sentiero ma una strada con ciottoli. Dopo
poche centinaia di metri esco dal bosco e mi ritrovo in un insediamento del
consorzio di bonifica, dove sono presenti alcuni manufatti, forse utilizzati
per il deposito dei mezzi agricoli e in cui si trova la chiavica che regola la
confluenza dei due canali che facevano ala al mio percorso. Qualche altro
cancello all’interno dell’area è spalancato, ma l’ultimo là in fondo, in
corrispondenza di quello che appare l’ingresso principale all’area, è di nuovo
chiuso. No, ancora non è finita allora!
Per
fortuna vedo che, dalle parti del cancello, c’è una persona che sta armeggiando
attorno ad un camion, mi avvicino e simulando un po’ di smarrimento, nel modo
più convincente possibile, gli racconto di essermi addentrato non so come all’interno
di quell’area e gli chiedo se può aiutarmi, suggerendomi il modo di uscire da
lì. Il ragazzo forse è il guardiano, non fa nessuna domanda, l’ho convinto o
non gliene importa nulla che io mi sia introdotto là dentro, si allontana e
dopo pochi minuti ritorna col telecomando per aprire il cancello, che stavolta
rappresenta davvero l’ultimo ostacolo verso la libertà. La tecnologia fa sempre comodo... Lo ringrazio e mi
allontano rapidamente, se non ci fosse stato quell’incontro, avrei dovuto
perdere altro tempo ed escogitare un'altra soluzione per scavalcare l’ultimo
ostacolo.
E’
tardi e mi aspettano ancora parecchi chilometri. Guardando la mappa del GPS, mi
accorgo ora che la zona recintata dal cancello appena aperto è
indicata come “Zona archeologica di Spina”. Se mi avessero fermato, ci mancava solo che, dopo
l’accusa di violazione di un’area protetta e privata, io potessi anche passare per
tombarolo… quanti capi di imputazione per una banale escursione in bicicletta!
Accantono
l’idea di raggiungere Comacchio, ho perso troppo tempo nella mia pedalata ad ostacoli
ed inizio il viaggio di ritorno verso casa.
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| La sponda Nord-Ovest delle Valli di Comacchio |
Costeggio
per pochi chilometri le Valli di Comacchio, ostacolato da un forte vento trasversale,
ma, vista la direzione, pregusto che quel vento diverrà presto favorevole, non appena svolterò a destra, subito dopo il ponte di ferro.
Meraviglioso pedalare con il vento in poppa, me lo godo tutto! Chi va in bici sa riconoscere
la direzione del vento dal vortice di aria che si avverte attorno alle orecchie,
solo il vento alle spalle non crea turbolenza… Nel tratto di lunghissimo
rettilineo che porta verso le Valli Salse, sebbene stanco, procedo ai 32-33 km/h, sospinto dal vento marino che spira alle mie spalle. Purtroppo, allontanandomi dalla costa,
l’effetto della spinta si va affievolendo, e giunto a Filo, ad ormai pochi
chilometri da casa, il vento appare impazzito, gira completamente, diventando
nel giro di pochi minuti un forte vento contrario che ostacola l’avvicinamento
alla meta e alla tavola da pranzo. Sono molto stanco, inizio a sentire la fatica e la
lunga permanenza sul sellino, ma se mi alzo sui pedali è ancora peggio, sono
subito colto dai crampi alle cosce e ripiombo a sedere. La velocità si è
ridotta drasticamente sotto i 20
km/h, ed arrivo davvero provato.
Gli
ultimi chilometri, quando la fatica è tanta e la stanchezza si fa più sentire, guarda
caso sono sempre controvento. Questa sembra una legge scritta, una regola
imprescindibile del ciclista. Penso che dovrò fare una profonda riflessione su
questo fenomeno... ma poi a che scopo, in bici continuerò ad andare comunque… Per
fortuna diluisco i pensieri in un piatto di cappelletti in brodo, rigorosamente da
gustare prima della doccia...
E’
finita questa pedalata nella natura. Sono stato forse incosciente ad
addentrarmi da solo in quel territorio quasi inaccessibile e ricco di ostacoli,
ma così affascinante. La mia avventurosa “impresa” è stata inutile, a pensarci
bene, ma bella. Marina mi corregge, se è stata bella non è stata inutile, dice…
la ringrazio per questa perla di saggezza e per avermi risparmiato un
predicozzo… sono ancora più felice di essere stato là, malgrado le gambe sfregiate,
gli occhi hanno potuto fissare la bellezza di quei luoghi e la mente potrà con
calma elaborare le emozioni provate…
In una
domenica mattina di Marzo, per caso e in modo naif, è nata la mia pedalata più bella,
partendo senza una meta, sospinto dal desiderio di scoprire nuovi luoghi, e con
l’entusiasmo per l’avventura a farmi da bussola…




















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