giovedì 9 febbraio 2012

Onde e fanfare


Cerco riparo tra gli oggetti di questa stanza,
sfuggo al gelo dell’animo,
rincorrendo il respiro.
Dal tappeto emergono sagome di onde,
coi loro profili inquieti,
le forme effimere, senza un progetto.

Onde intrise di suono e movimento,
ma senza identità, né tempo,
come certe frasi imprigionate nella mente e non scritte.
Onde, storie vissute in un istante e in quello dopo dissolte,
mutate in altre storie che prima non erano,
ma di un istante anch’esse.

E’ il tempo che fa la differenza
con le sue sferzate di alito e di sete.
Ci fa oscillare come gingilli
appesi alle bancarelle di un bazar
o ci sporca le scarpe
come una torbida pozza d’acqua piovana.

Oggi è il giorno delle fanfare,
mettono tristezza quando passano,
potrei chiudere finestre e orecchie,
ma mi affaccio a guardarle
e ogni volta ripassano,
e ogni volta le guardo.

Sono note stonate certi pensieri,
come i passi incerti di mio padre,
o le sue parole slegate.
Le sue mani grandi sono un leggio di storie e ricordi:
la guerra in Africa, l’Appia grigia,
o il capanno al mare.

Sollevo le mie mani, le guardo,
anch’esse si muovono, toccano e sentono,
ma come onde non racchiudono storia.
Sorrido amaro, scuoto la testa,
mi alzo e torno di là
ad accarezzare la sua.

© Alessandro

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